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Franco Cardini presenta in Lussemburgo “Il turco a Vienna”. Intervista.

Giovedi 1 marzo ore 18.30 presso la Bibliothèque Nationale (Salle des Arts, 37 bd Roosvelt, Luxembourg), l’Istituto italiano di Cultura, in collaborazione con la Bibliothèque Nationale e con l’Ambasciata dell’Austria e l’Ambasciata della Turchia, presenta l’ultima opera di Franco Cardini, medievista ed esperto nelle relazioni tra Europa e mondo islamico:Il turco a Vienna. Storia del grande assedio del 1683″(Ed. Laterza).

Massimo Vanni sul quotidiano Repubblica ha definito quest’opera: “Un affresco minuziosissimo (…), una lezione di storiografia” e in riferimento all’eterno duello tra Croce e la Mezzaluna:  “Un quadro articolato, non leggibile nella semplice guerra di civiltà”.

PassaParola lo ha intervistato.

 

 

 

L’Italia per la sua collocazione geografica “terrazza sul Mediterraneo” ha l’opportunità di divenire l’interlocutore tra le istanze dei paesi interessati dalla primavera araba e l’Europa protestante. Lei ritiene che, data la nostra cultura profondamente cattolica, saremo capaci di assolvere a questo compito?

Credo che ormai la religione o la confessione religiosa non siano più troppo rilevanti negli effettivi rapporti politici e culturali (la propaganda di alcuni gruppi fondamentalisti vorrebbe farci credere il contrario, ma così non è). Il punto è semmai che la “priimavera araba” è stata in parte un equivoco: la vera novità spontanea è stata la rivolta dei tunisini contro un governo corrotto e violento, che peraltro (non diversamente da altri governi non meno corrotti e non meno violenti, dall’Algeria agli emirati del Golfo) era gradito all’Occidente. Mi pare comunque che l’establishment delle potenze occidentali sia corso ai ripari, fermando in qualche misura il processo innovativo in Egitto, aiutando i governi locali a soffocarlo altrove e stornando l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale verso la Libia e la Siria.

 

 

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una recrudescenza della violenza contro i cristiani, più volte denunciata dallo stesso pontefice Benedetto XVI. Come interpreta alla luce dei suoi studi storiografici (Cristiani perseguitati e persecutori, Salerno Editrice, 2011) questo fenomeno? E quale percorso di integrazione culturale e religiosa si sente di suggerire per l’Europa di oggi?

Le violenze contro i cristiani nei paesi musulmani sono nel complesso qualcosa di nuovo: per secoli, pur nel quadro della legge coranica che considera djimmi (soggette-protette)  le comunità cristiane ed ebraiche in terra d’islam,  tali violenze erano sconosciute salvo sporadici ed eccezionali casi.  Oggi, il fatto è che nei Paesi musulmani e indù i cristiani vengono considerati, a torto o a ragione (più a torto che a ragione) come dei simpatizzanti della “cultura occidentale”, come diciamo schematizzando malamente: vale a dire come simpatizzanti degli occupanti e degli sfruttatori. Ma non va dimenticato che gli autori delle violenze sono sempre e comunque una minoranza all’interno delle società musulmane. Gli europei, dinanzi a simili eventi, debbono insistere volta per volta e con energia affiché le autorità competenti facciano piena luce  caso per caso e si proceda alle necessarie punizioni e ai non meno necessari risarcimenti; e creare in Europa le condizioni per un’autentica integrazione che consenta a tutti di vivere liberamente nel rispetto delle leggi.

In casi specifici (come la necessità che l’abbigliamento delle donne consenta l’identificazione somatica, quindi sia caratterizzato da un volto comunque scoperto; oppure la monogamia) le comunità musulmane debbono esser chiamate all’osservanza della legge; quando invece sia possibile una soluzione che consenta l’apertura ad usi e a costumi che non sono europei, ma che non ledono né la nostra legge né la nostra sensibilità, si deve mantenere un atteggiamento aperto e ricordare sempre che dai processi d’integrazione escono nuove sintesi che modificano dinamicamente le società che li adottano, il che è un dato positivo.

 

A suo parere la storia non è solo ricerca ed esibizione di documenti, ma esegesi, cioè interpretazione. Qual è la differenza allora tra il fare ricerca storica senza degenerare nella cronistoria?

E’ impossibile fare storia senza informazione: i dati di fatto (date cronologiche, informazioni geografiche, eventi) ne sono la base ineliminabile. Ma quel che davvero nella storia conta è, non solo appurare con precisione i fatti (il che non è sempre troppo facile), ma altresì appurare le responsabilità e i processi istituzionali e strutturali che ne sono alla base. L’interpretazione comincia là dove si arresta la nostra capacità di raccogliere e ordinare i dati obiettivi: ma quel che noi definiamo storia (e non memoria né cronaca) è appunto quell’interpretazione, alla ricerca di una “verità storica” che deve sempre restare aperta, in quanto nuove cognizioni e nuove scoperte possono mutarla. La verità storica è quella che possiamo appurare volta per volta, in un processo che però non ha mai fine: ad esempio, oggi che gli archivi di Washington e di Mosca relativi agli anni fino al 1950 sono aerti o si stanno aprendo, è evidente che ne usciranno aspetti della verità documentariamente comprovata che modificheranno quel che abbiamo fino ad oggi saputo sulla Seconda Guerra Mondiale e sulla guerra fredda.

Il vero storico si modifica di continuo, il vero obiettivo resta un obiettivo la cui perfetta e definitiva attingibilità è obiettivamente impossibile, il che non ci autorizza affatto a sospendere i nostri sforzi per arrivarci.

 

Cinzia Margarita

info@passaparola.info

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