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Alcune cose da buttare a fine anno

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Un altro anno sta per finire ed è venuto il momento di sbarazzarci di un bel po’ di ciarpame ideologico. Via dunque le ultime, poche certezze che ci restavano. Per cominciare quella di vivere in una parte del mondo più libera, più ricca, più democratica. Alcuni se ne sono accorti una mattina, scorrendo svogliatamente le notizie in internet tra un cornetto e un caffè. Altri quando si sono ritrovati derubati dei risparmi che avevano depositato nella banca del papà del ministro.

L’Unione europea rischia di esplodere a breve secondo il presidente del Parlamento europeo in un’intervista a Die Welt del 7 dicembre 2015. Il lussemburghese Presidente della Commissione europea, invece, sarebbe Le loup dans la bergerie secondo il titolo del libro scritto dal giudice d’istruzione franco-norvegese che ne ha documentato tutte le alchimie finanziarie e gli intrallazzi inconfessabili della sua lunga carriera politica.

Che l‘Unione europea perda colpi su colpi ormai è chiaro a tutti, anche e soprattutto a chi vive nelle sue capitali Bruxelles e Lussemburgo. Anzi si potrebbe già aprire un dibattito sull’opportunità della sua stessa denominazione a cominciare dal significato da attribuire alle parole “unione” ed “europea”. Visto il Consiglio di Bruxelles  del 17 u.s. sarebbe più appropriato parlare di zona transito euroasiatica, una specie di rifugio provvisorio per paesi in grave crisi di liquidità come il Regno Unito negli Anni ’70 o l’ex Patto di Varsavia dopo il crollo dell’Unione sovietica.

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Credevamo anche che trattati e convenzioni firmati dall’UE valessero qualcosa di più della carta su cui sono stampati oppure che il Manifesto di Ventotene e i Criteri di Copenaghen fossero una specie di bussola della costruzione europea, per non dire documenti vincolanti.

Dobbiamo ricrederci.

Così come dobbiamo ricrederci che la cittadinanza europea fosse una conquista dello spirito oltre che il punto di arrivo di un lungo processo storico. A Malta si acquista ora con 650 mila euro.  Costa più che sul mercato nero di Istanbul, ma ha il vantaggio di dare un passaporto vero.

E a proposito di Istanbul, che si trova in Turchia, un paese  asiatico che da 50 anni non riesce ad entrare nell’UE non soddisfacendo neanche a uno solo dei requisiti necessari, che fanno i nostri eroi di cui sopra?

Ora che è parte in causa in una guerra omicida con milioni di profughi  scagliati sulle coste europee, che fa  grassi affari con l’organizzazione terroristica islamista nemica dichiarata dell’Europa, che bombarda i propri cittadini e mette in galera quanti più giornalisti possibile, le promettono solennemente che entrerà al più presto nell’UE! E noi che eravamo sicuri che non ci sarebbe mai entrata.

Certo è vero che la festa è finita e le casse sono vuote, tant’è che gli europei che sono dentro scalpitano per uscirne e quelli che se la passano meglio se ne guardano bene dall’entrarci, ma quello che è fallito a Poitiers, a Malta e a Vienna sta ora per riuscire a Bruxelles e Strasburgo, dove già si vota innalzando paletti con la scritta Evet. Ah la nemesi storica!

Credevamo di essere una fortezza e scopriamo di essere solo una vasta prateria facilmente attraversabile con l’aiuto di esperti passeurs che ci risparmiano le invasioni barbariche come noi chiamiamo quelle che per i tedeschi sono migrazioni dei popoli.

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Ah la magia della lingua! Quante cose può farci credere. Chissà come passerà alla storia questa marcia verso il welfare  di milioni di disperati. Che stranamente non si dirigono verso opulenti stati arabi e musulmani come vorrebbe la logica, bensì come vuole la fisica verso un vuoto da riempire. E tale è l’Unione.

Un suo Stato membro ex stalinista erige muri per non farli passare, mentre un altro Stato, come un volgare Ghino di Tacco, esige la consegna dei loro gioielli di famiglia come pedaggio per lasciarli entrare. E noi che credevamo che fossero civilissime nazioni cristiane!

Avevano previsto tali vergogne i padri fondatori?

Certamente no. Erano troppo presi dai loro dilemmi federalisti: seguire un modello confederale di tipo svizzero o uno federale di tipo americano?

Cinquant’anni dopo il modello sembra piuttosto quello dell’Italia rinascimentale di papa Borgia e Giovanni delle Bande Nere senza neanche un Lorenzo il Magnifico all’orizzonte: una cupa atmosfera da Finis imperii prima del sacco di Roma.

Jean Ruggi d’Aksaray

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