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C’è un sole che si muore. Incontro con Paolo Calabrò

 C e un sole che si muore

L’estate invita alla lettura e alla ricerca – o alla riscoperta – di passioni letterarie. L’interruzione dell’attività professionale e la maggiore disponibilità di tempo costituiscono i presupposti ideali per dedicarsi al piacere del testo scritto.

C’è un sole che si muore è stato dato alle stampe la scorsa primavera. È una raccolta di undici racconti noir e gialli ambientati in una Campania immersa nel caldo estivo. Non solo il titolo, ma anche la tempistica della pubblicazione potrebbero suggerire che la vocazione dell’opera si riduca a soddisfare il bisogno stagionale di tanti lettori da ombrellone.

No, qui c’è di più, molto di più.

Il volume si presenta come una collaborazione di autori più o meno conosciuti del panorama letterario noir/giallo italiano. Oltre a Diana e Diego Lama, entrambi vincitori del premio Alberto Tedeschi – Giallo Mondadori, oltre a Paolo Calabrò e Sibyl von der Schulenburg, già noti per aver pubblicato con Il Prato, partecipano al progetto sette scrittori che dimostrano l’ammirevole capacita di generare visioni, immagini, situazioni e di proporle al pubblico dei lettori quasi come se fossero esperienze da vivere.

Il titolo del libro, dicevamo, evoca scenari roventi, tutti ambientati nella calda estate campana. La canicola, con il suo potere inebriante, sembra essere il trait d’union fra i personaggi e il lettore. Come se il sole fosse la porta che permette al lettore di scivolare nel racconto, diventando anche osservatore diretto dei fatti. Chi legge, senza accorgersene, viene risucchiato fra le vie di Napoli, nelle campagne della regione, sulle spiagge cilentane e segue le vicende in prima persona, sbirciando da dietro le spalle dei personaggi. Egli assiste alla scena attraverso la patina della calura, proprio come vi assiste il criminale mentre uccide o la persona che soccombe. Cade dal terrazzo insieme alla vittima, provando insieme a lei un paradossale senso di sollievo. Segue due fratelli durante il loro soggiorno nella casa dell’anziana nonna e, insieme a loro, vede l’immenso giardino trasformarsi in un campo nel quale avventurarsi alla scoperta di antichi e inquietanti misteri.

Le vicende assumono contorni rarefatti e sbiaditi, proprio come in una calda giornata d’estate e, come davanti a una fata morgana, il lettore perde ogni certezza sul profilo dei protagonisti. Il risultato è una rinuncia ad ogni tentativo di giudicare fatti e personaggi. Chi è vittima? Chi perde la vita per un equivoco o chi la toglie al culmine di una vita di frustrazioni? In fondo, non è il giudizio morale che conta, ma la capacità dei nostri virtuosi autori di porre il lettore nella prospettiva dei personaggi, che è sempre quella giusta.

Il risultato è una lettura che diventa partecipazione, esperienza. Si dice che Napoli sia un teatro a cielo aperto nel quale non solo si assiste alla scena, ma ci si fonde con essa. Ebbene, con uno straordinario effetto catartico, le pagine di C’è un sole che si muore accompagnano il lettore negli angoli più bui dell’anima e di Napoli. Lo fanno morire per poi riportarlo alla vita al termine di ogni racconto.

Il noir manca di lieto fine? Lo stato d’animo di chi ha letto C’è un sole che si muore dimostra che non è così. Non è un finale lieto quello di chi si sente appagato dalla lettura e non vede l’ora di tornare a immergersi nel mistero?

Intervista

 

Copertina

L’opera si colloca all’interno dei filoni letterari del giallo e del noir. Sotto il profilo stilistico e narrativo, quali sono i tratti distintivi dei due generi?

In generale, il giallo tende più alla soluzione dell’enigma e alla ricomposizione dell’ordine reale infranto dal delitto; il nero tende a seguire le tracce della mente criminale fino ad assumerne il punto di vista e, talvolta, a empatizzare con essa. Tuttavia la distinzione netta tra giallo e nero esiste solo in Italia, mentre nel resto del mondo vengono entrambi ricondotti nell’alveo della crime story.

Leggendo alcuni racconti dell’opera – voglio riferirmi, per esempio, a Un occhio della testa oppure È tutto grasso che cola o ancora La casa triste – la narrazione sembra seguire lo schema del giallo. Il mistero cresce con l’avanzare del racconto, il lettore si trova rinchiuso in una gabbia sempre più stretta di interrogativi, ma il finale non comporta necessariamente la ricostituzione di un ordine anteriore ai fatti. Questo finale che non coincide sempre con la vittoria dei buoni sembra ricollegare i racconti alla categoria noir. Il fatto che abbiate scelto di riunire opere di due tipologie implica forse una loro vicinanza letteraria?

Sì, sono due generi naturalmente confinanti. Giallo e noir sono un po’ come una coppia di eterni opposti condannati a vivere insieme – come due sposi che si odiano – nello stesso spazio letterario. E c’è un punto in cui essi si saldano in maniera singolare e unica: Napoli. Città nella quale, come in ogni altro posto del mondo, una volta risolto il crimine e sciolto il nodo giallo che questo aveva introdotto, si può finalmente tornare alla normalità. Ma a Napoli la normalità convive col noir tutti i giorni, sotto al sole: la nota “arte di arrangiarsi” e l’estorsione onnipresente del parcheggiatore abusivo, la pizza fritta sul marciapiede e il lavoro nero minorile, la facezia e lo scippo, il bagno al Castel dell’Ovo a tutte le ore, trecento giorni all’anno, e le faide di camorra.

C’è una letteratura classica di riferimento per chi si avvicina alla lettura o, addirittura, alla scrittura di testi noir e gialli? Quali sono i nomi che non devono mancare sullo scaffale di un cultore?

Dei classici occorre citare almeno Dashiell Hammett e Raymond Chandler, ma ritengo irrinunciabile la lettura anche di testi meno classici: L’ultimo vero bacio di James Crumley, tutta l’opera di Fruttero e Lucentini, Follia di Patrick McGrath. In fondo, è soprattutto una questione di gusti (ma cosa non lo è?). Nessuna trattativa invece per Edgar Allan Poe, per il gotico di Matthew Gregory Lewis e per certa fantascienza suspense-based come quella di Fredric Brown e di Philip K. Dick.

Per venire, invece, agli autori di C’è un sole che si muore, notiamo subito Diana Lama, curatrice del volume insieme a te e vincitrice del più prestigioso riconoscimento nazionale (Premio Alberto Tedeschi-Giallo Mondadori 1995). Chi sono gli altri scrittori? Si tratta di nomi già affermati oppure vi sono anche giovani che si stanno lanciando?

Colgo l’occasione per ringraziare tutti gli autori che hanno partecipato con entusiasmo e amicizia, in particolare Diana Lama, che ha curato con me l’antologia e senza il cui contributo, in questo momento, staremmo parlando di tutt’altro. Ringrazio i colleghi di NapoliNoir, Luciana Scepi e Ugo Mazzotta. Il criterio che abbiamo seguito per la selezione degli autori è stato la qualità, nel senso che ogni autore ha un curriculum biobibliografico di spessore (visibile in internet all’indirizzo http://www.paolocalabro.info/2016/05/diana-lama-e-paolo-calabro-cura-di-ce.html ).

Diego Lama è il vincitore del Premio Alberto Tedeschi-Giallo Mondadori per il 2015; Sibyl von der Schulenburg, Premio Luzi 2015 e Premio Pannunzio 2015, dirige la collana “Gli antidoti”, che ci ospita; Francesco Costa ha scritto per il cinema, per il teatro, per i bambini e due suoi romanzi sono diventati film; Piera Carlomagno, Presidente dell’associazione Porto delle nebbie e autrice pluripremiata, ha tradotto dal cinese il romanzo del Premio Nobel Gao Xingjian; Vittorio Del Tufo, caporedattore del “Mattino” di Napoli, ha pubblicato la sua prima opera con Marsilio; Alessandra Pepino, affacciatasi al noir di recente, ha già al suo attivo due romanzi; Riccardo Fabrizi, unico vero esordiente di questa raccolta, lo è solo in narrativa, in quanto al cinema il film “Una nobile causa” (interpretato tra gli altri da Antonio Catania e Roberto Citran, da lui sceneggiato) è già stato proiettato prima dell’estate. Infine abbiamo i due colleghi di NapoliNoir, associazione di scrittori che ha voluto questa iniziativa, che ringrazio in maniera speciale: Luciana Scepi, già Presidente di NapoliNoir, che pubblica regolarmente la sua speciale miscela giallo-rosa su diverse riviste, e Ugo Mazzotta, che oltre ai tanti romanzi ha scritto per la televisione (in almeno due serie R.I.S.). Conclusione: C’è un sole che si muore (ed. Il Prato), con una squadra così vincente… come potrebbe non essere bellissimo?

E chi è Paolo Calabrò?

U​no a cui piace scrivere storie gialle e nere, che ha avuto la fortuna di incontrare un editore sensibile al loro fascino e degli amici pronti a dargli una mano. Ma credo – e giuro che non è uno stratagemma per farmi leggere! – che la verità non stia tanto in quello che dico di me, ma in quello che scrivo. E, per non tirarla in lungo, mi piace spesso scrivere storie in cui la narrazione sfocia nella filosofia: credo che questo renda i testi più, come dire, nutrienti. Ma già sto parlando di una mia ambizione. L’ultima parola ce l’hanno gli scritti, ça va sans dire​…​

Come giudichi il panorama editoriale dei generi giallo e noir? Trovi che sia facile, per un artista esordiente e talentuoso, trovare una sua collocazione dignitosa e poter vivere delle sue capacità letterarie?

V​ivere della propria narrativa è cosa che perfino i più grandi hanno stentato a fare. Ma un esordiente talentuoso può certamente trovare una propria collocazione soddisfacente: il genere è in piena espansione. Ciò, ovviamente, non vuol dire che sia facile.

Da curatore, hai seguito fin dalla nascita il progetto di C’è un sole che si muore. Puoi parlarci delle reazioni che hai riscontrato negli ambienti editoriali? Hai incontrato più entusiasmo o diffidenza quando ne parlavi con editori e scrittori?

L’idea è nata a tu per tu con Luca Parisato, che incarna le edizioni Il Prato di Padova. Non c’è stata quindi nessuna trattativa nel mercato editoriale: noi abbiamo lanciato l’idea, lui ha detto “sì”, subito, via e-mail. Nel giro di mezza mattinata eravamo già lì a contattare amici in ogni dove. Diffidenza non ne ho mai incontrata; entusiasmo sì, tanto. E anche voglia di dar luogo a qualcosa di ben fatto, senza mezzi termini, senza compromessi. Da professionisti quali sono quasi tutti gli autori, con all’attivo già tante pubblicazioni in volume, non c’era da aspettarsi niente di diverso: solo una grande serietà. Eppure ne ho trovata ancora più di quanta me ne aspettassi. Non esagero se dico che è stata un’esperienza fantastica.

Il libro è patrocinato da NapoliNoir. Vuoi parlarci di questo progetto letterario? È un’iniziativa che a tuo avviso può sostenere i talenti, aiutandoli ad affermarsi e a scardinare eventuali atteggiamenti protezionistici delle élites del mercato editoriale?

N​on parlerei di protezionismi: non ho simpatia per le teorie del complotto e non ho riscontrato niente del genere nella mia pur non enorme esperienza, tanto come autore di saggi filosofici, quanto come autore di noir. Parlerei invece di come la Campania, pur ricchissima di talenti vecchi e nuovi (dai giovani esordienti brillanti ai Premi Strega), non avesse ancora un’antologia in cui queste tante voci potessero esprimersi tutte insieme: ce l’aveva Milano, la Liguria, la Toscana… era ora di rimediare. E NapoliNoir – associazione di scrittori che nasce proprio con l’intento di aggregare scrittori di quest’area – ha colto al volo l’occasione offerta dall’editore Il Prato. Credo di poter dire in tutta sincerità che il risultato sia stato eccellente: leggere per credere.

Sempre nel tuo ruolo di curatore hai dovuto sicuramente selezionare, leggere e correggere i testi che, di volta in volta, prendevi in considerazione. Come giudichi il risultato? Sforzandoti di dimenticare che si tratta di una tua creatura, qual è il tuo giudizio critico sull’opera? Sono racconti che si equivalgono, ci sono perle che si distinguono?

V​uoi farmi litigare con qualcuno? ​Sono tutti bellissimi, of course! Scherzi a parte, le raccolte di racconti sono tante, soprattutto quelle di genere. Ma questa è diversa: perché – al di là del fatto che ciascun lettore potrà preferire un racconto anziché un altro – i temi trattati sono originali: niente stereotipi (il solito graduato burbero ma bonario, il solito serial killer con la faccia mascherata) e largo alla novità, dalla parafilia alle pendici del Vesuvio al recentissimo fenomeno della prostituzione-per-pagarsi-gli-studi. Nessun cliché, tanta suspense.

Qual è il futuro della letteratura del mistero in Italia?

D​omanda pretenziosa, e qualsiasi risposta lo sarebbe ancor di più. Posso solo dire che, se questo libro continuerà ad andare bene come ha fatto finora, sarà soltanto il primo di una lunga serie. E NapoliNoir è già pronta a colpire, nascosta dietro la tenda…

Coloro che, alla fine di questa intervista, volessero sfogliare il libro come possono procurarselo?

Presso i maggiori store online (IBS, Amazon ecc.), o direttamente presso il sito dell’editore (che invia senza addebito delle spese di spedizione), all’indirizzo ​http://narrativa.ilprato.com/libro/ce-un-sole-che-si-muore/. L’editore sta preparando anche la versione ebook. E perfino – avevo giurato di non dirlo ancora a nessuno – la stampa della seconda edizione (la prima tiratura è appena andata esaurita in soli tre mesi). Non dite che ve l’ho detto io!

 

C’è un sole che si muore. Racconti gialli e neri da Napoli e dintorni, a cura di Diana Lama e Paolo Calabrò, il prato 2016 (ISBN 978-88-6336-333-3)

 

Gennaro Casale

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