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Referendum turco: ritorno al sultanato

Con il voto di ieri 16 aprile, la Turchia ha concluso un processo, iniziato quindici anni fa volto a mettere fine ad una anomalia ormai ingiustificata nel mondo islamico. L’anomalia di un Paese musulmano retto secondo i principi dello stato di diritto occidentale, la separazione dei poteri nata dalla rivoluzione francese, l’habeas corpus della Magna charta e il rispetto degli obblighi derivante dai trattati internazionali. La Turchia è ormai svincolata da tutto ciò, libera di muoversi a suo piacimento sulla scena internazionale.

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Dopo 98 anni di repubblica kemalista la Turchia rimette indietro le lancette dell’orologio e ritorna al sultanato. Dimenticando però che il sultano quando partì in esilio aveva molto meno poteri di quelli che si è dato l’attuale presidente della repubblica. Lo slogan martellante di questi ultimi mesi: Un popolo uno stato una bandiera sovrimpesso al ritratto del presidente Erdogan lasciava intendere la logica conclusione: un uomo solo al governo. Così chiamano i turchi il nuovo regime uscente al referendum: “Tek adam rejimi”. Il primo ministro è abolito e tutti i poteri sono concentrati nelle mani del Presidente della Repubblica che, come auspicano i suoi familiari ed estimatori, potrà restare in carica vita natural durante.

Le opposizioni e gli osservatori internazionali accusano inutilmente il governo di aver praticato brogli su vasta scala. Si potrebbe anche dire alla luce del sole e a norma di legge. Come spiegare altrimenti la modifica della legge elettorale che ammette al conteggio anche le schede prive del sigillo della comissione elettorale nazionale? In altre parole chiunque ormai può immettere nelle urne schede di provenienza ignota. E così secondo l’opposizione è avvenuto. Migliaia di seggi erano sotto la vigilanza del partito di governo, soprattutto nelle province abitate dai curdi, mentre nessuna vigilanza è stata esercitata sulle schede provenienti dall’estero depositate nei consolati turchi. Scontato era dunque sin dall’inizio il risultato plebiscitario a favore del referendum.

Scontate anche le proteste dell’opposizione e le tiepide reazioni delle Istituzioni e degli Stati europei che auspicano il rituale rapido ritorno alla normalità e alla riconciliazione nazionale in un Paese in cui dal 15 luglio 2016 vige la legge marziale e sono state ridotte al silenzio tutte le voci fuori dal coro.

Scontato infine il futuro rapido accomodamento con il nuovo regime in nome delle alleanze militari e degli interessi milionari delle vendite di armi e del transito di oleodotti e gasdotti. A rivedere alla moviola questi ultimi 15 anni di governi dominati dal partito del presidente Erdogan non si può non vedere dipanarsi una sottile strategia di furbizia orientale. Andando per tappe successive: accreditamento presso l’UE del suo partito come islamico moderato e filo occidentale; candidatura all’UE al solo scopo di liquidare il mastodontico apparato militare che dagli Anni ’20 assicura la laicità della Turchia e la fedeltà atlantica ma che è incompatibile con le regole del mercato unico; strisciante re-islamizzazione  per conquistare le simpatie e i capitali delle monarchie petroliere; incarcerazione preventiva e poi licenziamentodegli alti gradi militari suscettibili di rivoltarsi contro lo smantellamento dello stato laico; ravvicinamento alla Cina e alla Russia alla ricerca di un’equidistanza; isolamento e intimidazione della popolazione civile curda nel quadro della lotta al terrorismo; inspiegabile tentativo di colpo di stato che offre il pretesto per licenziare 135 mila impiegati pubblici, gettare in galera i parlamentari dell’opposizione e assicurarsi in tal modo una maggioranza favorevole al progetto di modifica della costituzione, chiudere i mezzi di comunicazione non allineati, sospendere e incarcerare i giudici insubordinati; invasione della Siria per mobilitare il patriotismo e tenere occupati i militari; martellante campagna elettorale a spese dell’erario pubblico senza la partecipazione dell’opposizione.

Vinto, sia pure di misura, questo referendum ne è già in programma un altro per reintrodurre la pena di morte e poi ancora un altro per ripudiare definitivamente l’adesione all’UE che preluderà, come paventano molti, all’entrata in vigore della legge islamica, la Shariah. Con ciò si concluderà definitivamente l’avventura occidentale della Turchia iniziata con le grandi riforme di fine Ottocento, coi sultani illuminati che parlavano francese, i Giovani Turchi che aborrivano l’Islam, le riforme di Ataturk che negli Anni ’20 liberò le donne dal velo e gli diede il diritto di voto e l’istruzione gratuita e obbligatoria.

Nessuno sa ancora che cosa resterà tra uno o due anni della Turchia di oggi, del cinema e della poesia turca. Al momento gli assordanti e insistenti clacsonamenti delle plebi depauperate ansiose di riscuotere almeno una delle tante promesse elettorali non lasciano presagire nulla di buono.

Jean Ruggi d’Aksaray

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