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Roberto Saviano: «Ancora oggi scrivo per vendetta»

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Sabato 6 ottobre Roberto Saviano era a Nancy per presentare il suo nuovo libro Piranhas (La paranza dei bambini – Edizioni Gallimard), invitato dalla libreria Le Hall du Livre in appendice della manifestazione Le Livre sur la place. (Resoconto QUI)
Una bella occasione per incontrarlo e fargli qualche domanda.

 

Prima di cominciare a scrivere come giornalista eri già in guerra con la camorra?

Ho iniziato a scrivere dopo l’omicidio di Don Peppe Diana (parroco di Casal di Principe, ucciso dalla camorra il 19 marzo 1994, ndr). Avevo una rabbia infinita e volli vendicarlo con la scrittura. Ancora oggi scrivo per vendetta, anche se non è un sentimento nobile. Durante la scrittura di Gomorra non ero affatto cosciente delle possibili conseguenze, pensavo di fare qualcosa di unico solo nello stile; poi, quando accade, non riesci più a controllare nulla. La mia vita è cambiata a 26 anni e non puoi più tornare indietro…

 Nonostante tutto c’è ancora amore e tenerezza per la tua città, la descrivi come una ferita grande ed aperta, sei d’accordo?

Già Raffaele La Capria (scrittore napoletano, autore di romanzi e saggi, ndr) la descrive così nel suo romanzo Ferito a morte. A Napoli nulla si rimargina, tutto è sangue, passione ed emozione; nel porto di Napoli, come in tante altre città portuali,tutte le merci possono entrare liberamente, la cocaina arriva in Europa essenzialmente via porto, perché controlli troppo severi allungherebbero i tempi di transito con perdita di competitività per il sito. Nei porti vige il libero accesso per le merci e tolleranza zero per gli uomini.

La paranza dei bambini, appena uscito in Francia, racconta la scalata di una baby-gang nel quartiere di Forcella a Napoli. Sono fatti reali?

Mi sono completamente ispirato a fatti reali: la realtà è sempre di gran lunga superiore alla fantasia. I bambini hanno fatto parte di organizzazioni criminali da sempre, ma mai ai vertici come è accaduto a Forcella, dove la mini-gang ha tenuto in scacco la più importante organizzazione criminale per quattro anni. L’elemento narrativo nel mio romanzo è il montaggio di fatti reali. Il dialogato è tratto dalle intercettazioni telefoniche e dagli atti giudiziari. La grande libertà della letteratura è di poter entrare nel personaggio, la potenza letteraria è la possibilità di far parte di questo gruppo di bambini, di entrare nelle loro teste. Non so se ci sono riuscito, ma il mio obiettivo era dimostrare che la banda di bambini napoletani ha una logica comune con tanti altri bambini delle periferie sparse nel mondo. Solo che utilizzano metodi diversi.

Anche tu credi che internet abbia aggravato la situazione e favorito l’adesione dei giovani a progetti criminali?

Tutti abbiamo l’impressione che internet abbia peggiorato le cose. La verità è che la piccola borghesia è in difficoltà in Italia come altrove. Il papà di Nicolas (protagonista del libro) è professore e sempre più spesso giovani brillanti mettono la loro intelligenza al servizio del peggio. Il vero motore è il denaro: 5 000 euro investiti in droga garantiscono un rendimento di un milione di euro. E poi è cambiato il rapporto con la morte: i bambini sono notoriamente ferocissimi quando diventano guerrieri (esempi in Liberia e Cambogia) perché non sentono la morte come una minaccia, non hanno paura di morire. La morte non è rischio del mestiere, ma è parte del mestiere. Questi giovani non hanno progetti, non si proiettano nel futuro, non vogliono risparmiare, sognare, invecchiare: calpestare, urtare, correre. Veloci, strafottenti, maleducati, violenti. Così è e non c’è altro modo di essere.

In Italia ci sono molte polemiche sui tuoi libri e la serie Gomorra; c’è chi dice che fanno male alla gioventù e screditano Napoli. Cosa dici in proposito?

Sono accusato di ispirare la violenza tra i giovani perché “chi racconta il male diffonde il male” dicono; ma è vero assolutamente il contrario: io racconto e scrivo per smontare il male.

 Eppure i tuoi libri sono improntati al pessimismo, sembra non ci sia speranza…

La mia speranza è il lettore, anzi, le mie lettrici. Dati alla mano, il mondo di lettori e clienti delle librerie è maggioritariamente donna. Con i miei racconti voglio invadere il lettore, togliergli il respiro nell’abisso nero dei miei scritti per farlo meglio riemergere con  una nuova consapevolezza.

A Napoli c’è un terreno favorevole per lo sviluppo dell’attività criminale?

Innanzitutto, come dicevo prima, tra difficoltà economiche e poca speranza di crescita e miglioramento grazie all’impegno, la sfiducia è il sentimento diffuso soprattutto fra i ragazzi: negli ultimi dieci anni l’età media dei criminali si è molto abbassata. Ma voglio ricordare che il gruppo francese di rapper PNL ha girato il suo ultimo video “le monde ou rien” a Scampia; perché la periferia è una sola, da Manila a Napoli, con la stessa logica e gli stessi codici.

 E la tua vita com’è?

Una vita scombinata, tutto è più difficile quando vivi “blindato”. La mia situazione mi avvicina alle fonti giudiziarie ed anche ai criminali, che sono sempre i protagonisti dei miei racconti. Non mi hanno ammazzato, ma non mi lasciano vivere. Il giudice Falcone diceva: L’Italia è il Paese felice dove solo da morto sei credibile.

Ornella Piccirillo

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