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Start-up innovative in Lussemburgo: largo ai giovani italiani

Sono giovani, spesso specializzati, con un master in valigia e la voglia di mettersi in gioco. A portarli in Lussemburgo è un contratto di lavoro che gli permette di scoprire un mondo diverso. Un Paese che incentiva l’imprenditoria attraverso una burocrazia trasparente, politiche ad hoc e una rete di infrastrutture che funziona davvero

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Secondo lo studio del Gem, Global Entrepreneurship monitor 2017/18, realizzato dallo Statec, il 9,3% della popolazione attiva (18 – 64 anni) è alla guida di una START- UP oppure è un nascente imprenditore. Una percentuale ben al di sopra di quella italiana (4,3%) e sorprendente, considerando che l’avvio di un’impresa è vista come “una buona scelta di carriera” solo dal 43% dei residenti (60% in Europa). Colpa, forse, del mercato del lavoro capace di offrire posizioni soddisfacenti. Tant’è che a motivare gli startupper sono più le opportunità che il bisogno. A giocare un ruolo preminente sono gli immigrati, specialmente quelli di prima generazione. L’accesso ai finanziamenti rappresenta, invece, la maggiore barriera, insieme alla reperibilità delle risorse chiave. Le nuove attività (dati 2016) sbocciano soprattutto tra i servizi alle imprese e al consumatore. Ancora scarsa l’innovazione: “Il 60% delle imprese nate entro 42 mesi dice di non usare nuove tecnologie”. In questo quadro generale, tracciare un contorno dell’imprenditoria italiana non è semplice. Anzitutto perché, come spiega la Camera di commercio italo-Lussemburghese, «Una volta che un’impresa viene costituita, diventa a tutti gli effetti lussemburghese». Nemmeno il Gem, che pure ha il merito di indagare il legame fra immigrazione e imprenditoria, offre un aiuto in questo senso. «Vista l’entità del campione – osserva Cesare Riillo, ricercatore Statec – non è possibile disaggregare i dati per nazionalità». Una cosa però è certa. L’imprenditoria italiana, ben radicata in settori tradizionali, comincia ad emergere anche in campi più innovativi.

È il caso di ANote Music, fondata lo scorso gennaio da Matteo Cernuschi e Marzio Schena con l’obiettivo di creare un mercato europeo dei diritti musicali. Ecco cosa ci hanno raccontato.

Qual è la “mission” di ANote?

Creare nuove opportunità di finanziamento per l’industria musicale e una nuova forma di investimento. Offriamo una piattaforma per la vendita dei diritti musicali, quindi da una parte abbiamo gli investitori, dall’altra i venditori. I guadagni per chi vende dipendono dal tipo di diritti proposti, da quanto hanno generato in passato e dalle aspettative. Chi investe va ad anticipare i futuri utili.

Il target e gli investitori professionisti?

In realtà ci rivolgiamo anche ai giovani, un segmento distante dagli investimenti. Pensiamo che per loro possa essere interessante puntare su qualcosa che vivono tutti i giorni.

Parlate sia di mercato primario che secondario?

Il meccanismo è simile a quello di una società che voglia entrare in borsa: chi possiede diritti musicali
li propone per la prima volta in asta su ANote. Una volta che si raggiungono gli obiettivi-target, i diritti passano nel mercato secondario e resi disponibili allo scambio tra investitori, come accade per le azioni. Se il valore dell’artista aumenta, si ottiene un guadagno, un capital gain.

 Il vostro ruolo?

Valutiamo il diritto in vendita, facciamo i controlli necessari (sanity check) e creiamo dei contratti particolari (gli smart royalty contracts) da cui si originano le quote dei diritti (share of rights). Abbiamo sviluppato una tecnologia “blockchain” (registro pubblico
per cambi online, ndr) privata che garantisce ad ogni transazione la massima sicurezza e trasparenza.

 A che punto siete?

La società è stata costituita, abbiamo il prototipo e lo stiamo presentando per raccogliere prove di interesse. Vogliamo arrivare agli investitori con le spalle larghe.

 Tratterete anche artisti da scoprire?

All’inizio no perché troppo rischio-

so. Potremmo pensarci più avanti.

 Perché proprio nel Granducato?

Ci siamo ritrovati qui per lavoro. Marzio è fund manager, io lavoravo come consulente per EY e Grégoire Mathonet è IT developer per una grossa società. L’ecosistema lussemburghese è molto accogliente. Tutti cercano di aiutarti e lo fanno davvero. Sinceramente in Italia non avrei saputo dove andare, mentre qui le infrastrutture non mancano, dalla House of Entrepreneurship alla House of Sartup (piattaforme lanciate dalla Camera del commercio Lussemburghese a sostegno dell’imprenditoria, ndr), che poi ti indirizza-no all’incubatore specifico. È così che siamo entrati in contatto con Technoport, che tutt’ora ci incuba.

 Quali sono i vantaggi?

La facilità di networking, i rapporti con le istituzioni, gli adempimenti burocratici online, si risparmia un sacco di tempo.

 Qualche svantaggio?

Trovare i tecnici. Siamo stati fortunati a trovare il nostro direttore tecnico che è veramente in gamba, ma non oso immaginare quanto sarà faticoso reclutare altre risorse. Un aspetto che però sta migliorando.

 Un consiglio per gli aspiranti startupper?

Di non tenere nascosta l’idea, ma di essere socievoli. Qui si ha la possibilità di ricevere un sacco di punti di vista interessanti. Consiglierei di frequentare gli eventi “startup Apéro” organizzati da Silicon Luxembourg; sono molto utili per capire come funziona il sistema e conoscere persone.

 Ivica Graziani

 

 

 

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