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Lussemburghesi in Italia: chi sono quelli che hanno deciso di vivere nel Belpaese?

Una mappa del Centre d’étude et de formation interculturelles et sociales (Cefis.lu) mostra un numero esiguo di residenti granducali in Italia: 238. Un po’ di sana curiosità, qualche telefonata ed ecco chi c’è dietro quel numero! Breve carrellata delle loro storie

 Carte Europe

I legami fra Italia e Lussemburgo risalgono al Sacro Romano Impero al quale  la contea di Lussemburgo, fondata nel 963 e elevata nel 1354 al rango di ducato, fu annessa da Luigi XIV nel 1684. L’allora ducato diede i natali a Arrigo VII, conosciuto come Enrico, imperatore del Sacro Romano Impero, che nel 1308 fu incoronato a Milano e sepolto nel Duomo di Pisa nel 1313. Dante lo cita nel De Monarchia come colui che avrebbe dovuto portare la pace in una terra, la nostra Italia, dilaniata da divisioni e lotte intestine: «Dell’alto Arrigo, ch’a drizzare Italia verrà in prima ch’ella sia deposta». E nella Divina Commedia gli riserva un posto in Paradiso (canto XVII), seduto nell’anfiteatro dei Beati accanto a Beatrice. Presenza discreta – ci spiega Maria Luisa Caldognetto del Centre di Documentation sur les Migrations Humaines (cdmh.lu) di Dudelange – a lungo pressoché ignorata, quella dei Lussemburghesi residenti nella Penisola, di cui solo in tempi recenti la storiografia ha iniziato ad occuparsi evidenziandone alcuni aspetti significativi; individuabili proprio negli anni caratterizzati dal grande afflusso di italiani verso il Granducato a partire dalla fine dell’Ottocento. La “migrazione” lussemburghese in direzione della Penisola si inserisce in quel processo di industrializzazione avviatosi in parallelo nei due Paesi».

Ma oggi chi sono i cittadini e le cittadine che hanno scelto l’Italia come seconda Patria?

Fernand Meyer si è innamorato della Toscana dopo un viaggio alla fine degli Anni ’70 alla scoperta dell’Italia. Si ferma a San Gimignano (Siena) dove rimane affascinato dal piccolo comune ricco di storia. Nel 1985 compra una casa e un vigneto e dà vita all’azienda agricola Il Borraccio, oggi diretta dal figlio Cedric, il quale, dopo aver completato i suoi studi di enologia in Germania, ne prende in mano le redini. Fare impresa in Italia non è facile e gli agricoltori locali tengono a distanza i nuovi arrivati, ma, grazie a un enologo locale, padre e figlio avviano una piccola produzione di vini a partire  dal 2002: il Bianco Diva (trebbiano, malvasia e vernaccia), Rosso Chianti Sangre e il Rosé Sangre. Nel cuore del Chianti, fra la tranquillità delle colline e la vita lenta che rispetta i ritmi della natura, Cedric produce un ottimo vino e avvia anche una piccola produzione di olio. En italieneschen Wäin vun engem Lëtzebuerger Wënzer (Un vino italiano da un vignaiolo lussemburghese, ndr).

Rodolfo Debicke van der Noot, classe 1936, discende da Wilhelm-Ferdinand Debické, maggiore prussiano della Pomerania che aveva combattuto contro Napoleone a Waterloo e, arrivato alla guarnigione prussiana di Lussemburgo, era stato ospitato nel palazzo di Jean-Nicolas Van der Noot, di cui aveva sposato la figlia Marie-Anne. Rodolfo svolge compiti diplomatici onorari per il Lussemburgo fin dal 1992, quando l’allora ambasciatore Edouard Molitor lo nomina dapprima Console e poi, nel 1995, Console Generale. È l’anno di Lussemburgo Capitale europea della Cultura. Debicke, che oggi vive in provincia di Pavia, ci racconta un aneddoto simpatico. «L’agitazione era alle stelle; con soli 10 giorni di anticipo Molitor mi chiese di organizzare una conferenza al Comune di Milano, tenuta dal coordinatore generale Claude Frisoni, per promuovere l’evento anche in Italia. Telefonai subito al Comune, ma le solite lungaggini burocratiche non mi avrebbero consentito di fare tutto in tempo. Decisi di agire un po’ “brutalmente”… Dal momento che l’assessore alla cultura era Philippe Daverio, pensai di piazzarmi fisicamente all’uscita del suo studio. Ebbi fortuna, quando uscì dissi: “Assessore, sono il Console del Lussemburgo a Milano, ho cercato di telefonarle, ma lei ha troppi filtri protettivi… Ho deciso di incontrarla personalmente per chiederle una sala importante per presentare Lussemburgo Capitale europea della Cultura 1995”. Daverio all’inizio restò perplesso, poi mi disse: “Le andrebbe bene la sala conferenze di Palazzo Reale?” e aggiunse: “Purché organizzi tutto lei”. Il giorno fatidico la sala era gremita… Frisoni rimase allibito e da allora incominciò la nostra amicizia».

Si è spostata per amore Marie, nata a Lussemburgo da genitori di origine francese, che lavora in un centro di ricerca a Firenze. «Mi sono traferita sette anni fa – racconta – dopo aver conosciuto un fiorentino a Lussemburgo. Mi è piaciuto molto studiare l’italiano – spiega la giovane lussemburghese – ed è stato abbastanza facile apprendere la lingua, parlando già il francese. All’inizio le espressioni fiorentine non sono state facili da capire, ma ormai mi fanno divertire». Buongustai, innamorati del proprio Paese, accoglienti e amichevoli: così giudica gli italiani Marie, che dice: «Avendo messo su famiglia a Firenze devo ammettere che ormai considero la città di Dante la mia casa e Lussemburgo il luogo della mia infanzia felice».

«È stato un atto di affetto nei confronti di mia madre e di tutta la sua la nostra famiglia» racconta Dino Betti Van der Noot, nato a Rapallo nel 1936, pluripremiato compositore jazz e cugino di Rodolfo, che ha deciso di prendere la doppia cittadinanza dopo la legge del 2008. «C’è sempre stato un forte senso di appartenenza e di nostalgia verso il Lussemburgo, verso la villa del Boulevard Joseph II, verso un Paese in cui (diceva mio nonno) c’erano undici mesi d’inverno e un mese di non estate. Dove si cuoceva la frutta per fare le marmellate che dovevano durare tutto l’inverno. Dove il 23 giugno si celebrava la festa nazionale accompagnata da quel bellissimo inno che è Ons Heemecht, una musica che mio nonno mi suonava quando, da bambino, ero malato. In un certo senso, per noi, nati in Italia e quindi italiani per nascita, Lussemburgo era quasi un angolo di Paradiso, irraggiungibile durante la guerra, quando i miei erano stati dichiarati apolidi. Torno di rado – continua Dino – però, ogni volta che arrivo, mi sembra di respirare l’aria di casa. Sarà forse una suggestione, ma mi sento davvero al mio posto e ho l’impressione di ritrovare continuamente luoghi e sensazioni che sono parte della mia personalità».

(a cura di Paola Cairo)

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