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L’attentato a Togliatti: prove tecniche di rivoluzione? L’Anpi ne parla con Giuseppe Pardini

L’Anpi Lussemburgo, in collaborazione con il Circolo “E.Curiel”, organizza una video-conferenza gratuita con lo storico Giuseppe Pardini, autore del libro “Prove tecniche di rivoluzione. L’attentato a Togliatti, luglio 1948″  (Luni Editrice, 2018), vincitore del Premio Acqui Storia 2019, nella sezione scientifica.

 Appuntamento venerdì 19 giugno ore 19, cliccando QUI (credenziali in basso)

Evento FB: https://www.facebook.com/events/946290802479163/

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Intervista

Com’è nata l’idea di un libro sull’attentato a Togliatti ?

Le confesso che ero partito con una prospettiva, con un’idea. Invece, mano a mano che scoprivo nuova e inedita documentazione, il mio punto di vista di partenza si è andato completamente rovesciando. La fortuna ha voluto, invece, che la nuova documentazione, conservasse un’interpretazione fondamentalmente diversa rispetto a quella a cui noi ci siamo abituati. Quindi, sul caso dell’attentato a Togliatti, in cui il segretario del PCI resta in fin di vita, tra la vita e la morte, in quella notte fatidica del suo attentato, sono veramente entrate in gioco diverse ipotesi.

Io lascerei il dubbio per i lettori e per coloro che vorranno seguire la video conferenza.

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Il suo è stato un lavoro di approfondimento sulle fonti inedite: l’archivio del Ministero degli Interni in particolare Servizio informazioni militari 1945-48 (SIM). Quali sono gli aspetti che ha approfondito?

Tutto è nato grazie al ritrovamento di un lunghissimo rapporto che metteva in luce tutte le varie relazioni che i tutti i comandi, in particolare i Carabinieri, inviavano alla Presidenza del Consiglio. In particolare leggendo questi rapporti, che provenivano da Aosta a Lecce, da Trieste a Palermo, veniva fuori un quadro che non aveva grossi legami e grandi punti di contatto. Invece, approfondendo il Fondo del SIM, che all’epoca si chiamava Ufficio Informazioni (Ufficio I), ecco che i tasselli hanno avuto una collocazione più precisa. Come un puzzle che viene costruito pezzo dopo pezzo. Questo è stato l’aspetto più innovativo della ricerca.

 14 luglio 1948: ci può brevemente ricostruire l’attentato? Ci sono testimoniante di Nilde Iotti, la compagna di Togliatti presente nel momento del ferimento?

Il giorno dell’attentato Antonio Pallante, l’attentatore, è da solo. Non sono mai state trovate motivazioni dietrologiche o complottistiche. Questo ragazzo che era molto giovane, ora è molto anziano, fece tutto da solo, quasi un gesto di insofferenza personale, lui diceva per vendicare gli italiani. Poi all’interrogatorio la Polizia scrisse “i fascisti” e Pallante fece correggere il verbale con “gli italiani” caduti durante il triste periodo della Guerra di Liberazione e in particolare della guerra civile.

L’attentato è piùttosto semplice, non ci sono forze occulte o manovre particolari verso quel grave gesto che colse tutti di sorpresa. Non solo il partito comunista ma anche il Governo, cioè la DCI e l’estrema destra, mai avrebbero pensato di attentare alla vita del capo del più grande partito di opposizione, che per di più aveva legato il suo nome a quell’amnistia della quale si erano giovati anche molti degli esponenti di secondo ordine della destra neo e post fascista. Va sgombrato il campo delle ipotesi dietrologiche o complottistiche.

Questo attentato accade all’uscita della Camera dei Deputati quando il giovane Pallante sparò 4 colpi a Palmiro Togliatti. Di questi 4 almeno 2 sarebbero potuti diventare mortali. Ma non lo furono perchè la pistola era caricata con proiettili di stagno, non di piombo. Nonostante Pallante abbia sparato in maniera ravvicinata alla persona di Togliatti questi due colpi, addirittura uno lo prende proprio nella nuca, ma il proiettile si piega, non va in profondità. Le ossa di Togliatti deviano il proiettile e lo rompono. Le sue sono ferite superficiali.

Il segretario viene subito soccorso da parsonale medico e sanitario della Camera dei Deputati e portato al Policlinico dove viene operato da un uno dei più importanti chirurghi del nostro Paese, che di fatto gli salva la vita. Due trasfusioni e 12 ore dopo, al mattino del 15 luglio era salvo.

La Iotti che era con lui perchè dovevano andarsi a mangiare un gelato al bar Giolitti. Tant’è che Togliatti scherzava con un collega del Partito Repubblicano che gli chiese dove stessero andando e T. rispose “a prendere un gelato da Giolitti”. Il collega gli chiede: “Avete chiesto il permesso a Mosca?”.

Siamo nel luglio del 1948, il clima si era molto stemperato dalla contrapposizione dell’aprile, per quanto fosse un clima dialettico, per quanto la dialettica politica avesse un senso e un significato molto forte all’epoca. Non era certo personalizzata e banalizzata come ai giorni nostri.

Il clima era molto cordiale e il dibattito molto elevato. Anche i discorsi che sono agli atti del Senato e della Camera, fatti dai maggiori esponenti del partito comunista e della DCI – i primi attaccavano il Governo e i secondi necessariamente lo difendevano, perchè il governo non c’entrava niente in questo attentato vile e personale –. Il dibattito è molto, molto bello ed è difficile oggi poter attribuire torti e ragioni. Erano  fondate e sacrosante le legittime proteste e le esposizioni dei deputati PCI ma lo erano altrettanto le difese dei deputati della Democrazia cristiana e delle forze politiche di maggioranza.

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Togliatti non morì. Cosa accadde in Italia dopo?

Questo è il problema. Perchè al di là della genesi e di tutto quello che può esserci, l’episodio corre all’episodio di Matteotti, quando, dopo il rapimento e l’uccisione di Matteotti nasce il vero regime fascista. Una crisi di 6 mesi dove le opposizioni non scendono in piazza ma si ritirano sull’Aventino e dal Parlamento, Mussolini fa un vero colpo di stato autoritario che si trasformerà in dittatura. Allora la mente corre a quell’episodio e i militanti e gli attivisti del PCI temono che questo episodio possa essere l’anticamera di una nuova svolta autoritaria. Il PCI temeva di essere messo fuorilegge. Le forze del governo non volevano mettere il PCI fuorilegge ma temevano la possibilità che esso potesse raggiungere il potere attraverso la forza. Non dico la violenza ma attraverso scioperi, manifestazioni, insurrezioni. C’era questa duplice paura che spigeva le due forze politiche, quella dei social –comunisti e democratico–cristiani–laici a guardarsi con sospetto.

C’è anche chi ha sostenuto, e credo questa sia stata l’interpretazione del presidente Cossiga, che ci sia stato un patto fondante tra De Gasperi e Togliatti che erano in contatto anche mentre Togliatti era in ospedale. Il patto era che la DCI avrebbe fatto in modo di non mettere fuorilegge il PCI e quest’ultimo avrebbe garantito di perseguire la via democratica all’interno del sistema costituzionale appena varato. Condivido questa interpretazione.

Quello che mi ha colpito particolarmente da quei discorsi e quegli atti è l’alto livello politico di queste persone. Io non sto parlando del vertice. Tutti sappiamo che De Gasperi, Togliatti, Nenni, Saragat, Michelini del Movimento sociale o anche Covelli del Partito nazionale monarchico erano tutte persone di alto livello della politica. Ma anche i comprimari ( i numeri 2, 5,…10) avevano larga capacità politica,  erano veramente dei politici. Non erano tecnici prestati alla politica, non erano parvenu, erano persone che avevano un retroterra culturale e un’esperienza notevoli che non è minimamente rintracciabile ai giorni nostri. Purtroppo.

Quanto è importante portare alla luce queste vicende storiche per il nostro Paese e cosa bisogna trasmettere alle future generazioni di Togliatti? 

È  importantissimo perchè queste sono le radici del nostro sistema democratico-repubblicano. Credo che oggi il nostro sistema non debba avere paura a guardare al nostro passato, anche laddove ci possono essere state delle pagine buie, delle pagine nere… e nessuna forza politica attuale – visto che quelle radici sono radicate in nuove forme e in nuove dimensioni – nessuno deve aver paura ad andare a vedere come gli italiani, la politica, i partiti agivano in quegli anni. Recuperare il valore che quella politica, quegli uomini hanno trasportato fino a noi. Il livello della personalizzazione della politica non esisteva. Sì, certo, la partitocrazia imperava ma non si assisteva alla personalizzazione. Oggi la persona diversamente eletta nei vari luoghi si arroga una prerogativa di comando che invece non apparteneva a quelle persone abituate alla mediazione, al confronto anche violento, agli scontri dialettici più esasperati che però partorivano un risultato.

Tante persone hanno denigrato quegli anni e quella politica dicendo che era consociativa, partitocratica, collusa….Ma la politica è mediazione e in una società, com’era la nostra dove erano presenti tutti gli specchi delle famiglie politiche, gioco forza che per mettere d’accordo la maggioranza occorreva il compromesso! Non a caso l’esperienza Moro Berlinguer era finalizzata a realizzare il più largo compromesso, quello storico che voleva l’alleanza tra i due partiti maggiori.

Anche se la nostra storia d’Italia almeno fino al 1989-94 ha avuto pagine nere e difficili, bisogna guardare a quelle cercando di sapere la verità. Perchè molte cose ci sono state raccontate in maniera superficiale o con verità di comodo.

Cosa che ho cercato di fare per questa vicenda, perchè ne prelude diverse altre.

Mi riferisco al fatto che il PCI, purtroppo, non aveva imboccato con una certa decisione la strada democratica. Diciamo così: il comunismo italiano era diviso in tre strutture diverse: la struttura politica del partito e del sindacato, molto importante, delle leghe e delle cooperative. Tutto questo era la parte istituzionale.

Poi c’era la parte clandestina, un apparato più o meno paramilitare, più o meno organizzato  ma ci stava in alcune regioni e poi la struttura internazionale. Mentre sulla prima struttura non ci sono più dubbi nella sua ricostruzione, sulla seconda ci sono ancora molte incertertezze. E il mio nuovo libro dovrebbe parlare di quello.

La terza struttura sovranazionale, che fa riferimento ovviamente al PCUS è ancora da scandagliare nelle sue più importanti documentazioni che sono nell’attuale Russia. Questo, secondo me, dovrebbe essere l’ultimo fronte di studio che dovebbe riguardare il complesso e vasto universo del comunismo italiano.

Che fine fece Pallante?

Pallante è ancora vivo. Era d’origine siciliana e vive a Catania. E’ un signore di 94 anni. Lui ha scontato la pena e ha trovato un impiego. Non ha mai cambiato la sua versione, la sua versione è sempre stata identica. Non ci sono grossi segreti da nascondere. Il suo è stato uno scriteriato gesto individuale che avrebbe potuto portare gravissime conseguenze.

 (a cura di Paola Cairo e Amelia Conte)

 

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Per ulteriori informazioni: lussemburgo@anpi.itanpi.lussemburgo@gmail.com

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