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Äiswäin, l’oro della Mosella

I vini di ghiaccio, Eiswein in tedesco e Äiswäin da queste parti, sono estremamente rari, complessi da realizzare e costosi. Per una serie di motivi il Lussemburgo figura tra le poche zone al mondo in grado di produrlo. Condizioni permettendo

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Stando alla tradizione, tutto iniziò due secoli fa a Dromersheim, un piccolo villaggio a due ore dai vigneti lussemburghesi nei pressi di Magonza. L’annata 1829 si annunciava pessima per motivi climatici e molti contadini decisero di non raccogliere l’uva nell’autunno. Alla fine di un inverno rigido, alcuni staccarono lo stesso i grappoli rimasti con l’idea di integrare l’uva al pasto degli animali. L’11 febbraio 1830 si constatò che quest’uva, a lungo esposta al gelo, aveva delle caratteristiche particolari: i grappoli scarni portavano uve piccole ma molto dolci che diedero un mosto più denso del normale. Senza volerlo, una pessima annata e la disperazione dei viticoltori avevano generato uno dei vini dolci più pregiati al mondo. Felicemente battezzati Eiswein, questi vini finirono presto sulle tavole della nobiltà europea.

Ovunque si cercò di emulare le involontarie gesta dei viticoltori di Dromersheim. L’impresa si rivelò ardua, spesso impossibile. Le condizioni indispensabili alla produzione di questo vino naturalmente dolce erano e restano difficili da ottenere. Un enologo della casa Bernard-Massard ci spiega che per i puristi assoluti si può usare solo l’uva Riesling raccolta gelata ad almeno -7° (quindi nelle ore più fredde, poveri viticoltori!). Lo zucchero residuo deve superare il valore di 125 gr al litro per una gradazione di almeno 13°. Inutile precisare che sono severamente proibite sia la congelazione in deposito che l’aggiunta di zucchero. Le case vitivinicole che vogliono produrre l’Äiswäin si assumono rischi elevati. In pratica è una scommessa sempre più azzardata, dato il riscaldamento climatico (negato solo da un ex presidente statunitense “diversamente sensato”). Ormai, il clima concede due annate ogni decade.

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L’altro rischio è la scarsa resa. Si raccoglie infatti appena il 10% dell’uva di ogni pianta di vite e l’alta concentrazione di zucchero ne complica la fermentazione. Al limite, chi perde la scommessa può ancora tentare di fare un passito o una vendemmia tardiva. Tuttavia, si tratta di limitare un danno, perché i passiti si vendono a 10-15 euro la mezza bottiglia, mentre l’Äiswäin parte da 30 euro e raggiunge facilmente anche i 300 euro per le etichette più ricercate. Gli specialisti diffidano delle bottiglie prezzate a meno di 30 euro. La tradizione dei vini di ghiaccio nacque in Germania, Austria e Ungheria. Ben presto, si diffuse  in Svizzera, in Alsazia, sui colli piemontesi, altoatesini, valdostani ed emiliani e, appunto, anche in Lussemburgo.

Essendo l’inverno rigido la condizione principale per arrivare a questo nettare, di recente alcuni migranti tedeschi sono riusciti a produrlo anche negli Usa, in Canada e in Nuova Zelanda. Delle 60 case vitivinicole lussemburghesi, appena 6 tentano l’avventura dell’Äiswäin quando è possibile. Si dice che il migliore sia ricavato dai vigneti delle alture di Ahn. Stando alle prime proiezioni meteorologiche, l’inverno 2020/2021 non sarà favorevole all’Äiswäin.

Chi può, cerchi di consolarsi col prezioso contenuto di bottiglie di annate precedenti, accompagnato da formaggi e dessert. Oppure senza niente, meditando. A proposito, chissà poi perché si parla di vini da meditazione?

Remo Ceccarelli

 

 

 

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