Sonic Vision 2009
Date: 11-11-2009
Number of Views: 220
SONIC VISION: dall’Italia i migliori gruppi indipendenti
Due giorni (27 e 28 novembre) all'insegna della musica indie proveniente da tutta Europa. Evento targato Rockhal in collaborazione con Italia Wave Love Festival.
BEATRICE ANTOLINI
Molti ti considerano la migliore artista-donna della scena indipendente italiana. Tutto questo ti spaventa?
No assolutamente, non ho paura di prendermi responsabilità.
Nonostante la tua giovane età hai già maturato collaborazioni importanti con artisti del calibro di Bugo e Baustelle. Che cosa cerchi di apprendere da questi artisti?
Non è una questione di apprendere, ma di inserirsi in dei “mondi” diversi dal mio e contribuire con il mio a crearne di nuovi, o semplicemente divertirsi grazie all’opera altrui.
Hai inciso due dischi “Big Saloon” nel 2006 e “A due” nel 2008. Quali sono le differenze maggiori tra i due dischi e quale il comune denominatore?
Le differenze sono molteplici, è come dire che differenza ci sia tra un età ed un’altra. Io credo che l’uomo sano sia in continuo mutamento , e che il moto interiore ci debba sempre essere. Questo moto interiore mi ha portato a creare due dischi assolutamente diversi ma che alla base hanno lo stesso intento e la stessa natura di sincerità artistica. Non si riferiscono a nient’altro che alle mie impressioni elaborate.
La musica indipendente italiana, a mio avviso, non ha niente da invidiare a quella inglese o statunitense. Credi che ce la faremo a esportare il nostro egregio prodotto, oppure dovremo accontentarci di ascoltare le solite consuete melodie all’estero?
Io credo che ci sia da ammirare più che da invidiare la libertà culturale che all’estero si riflette anche nell’attività musicale. Benvengano le melodie dall’estero, e riflettiamo sul fatto che alcune delle nostre melodie sono assolutamente relegate al territorio e quindi giustamente non esportabili.
CICO
Come nasce la voglia di creare un album solista?
Semplicemente dal fatto che avendo sempre composto musica per tutti i miei gruppi ed altri artisti, volevo assolutamente concretizzare un sogno dove ero l’unico a decidere come, quando fare musica e di che tipo...
Quanto ti ha segnato in termini artistici e personali l’esperienza con gli Uranami?
Molto per dirla tutta, il primo dei miei gruppi che indirizzó la mia voglia di diventare musicista fu Afarensis (dal quale ancora non mi sono rimesso ehehehe), Uranami fu un seguito molto piu strutturato e credo si possa dire più professionale. Per quel che riguarda l’esperienza personale, a parte l’ex cantante del gruppo Pecca che conosco sin dall infazia, io e T-Bo suonavamo già insieme al conservatorio ed in seguito negliAfarensis. Tra noi era presente un feeling musicale molto forte che, grazie a questo nuovo album, si é rafforzato ancora di più. Damiano il batterista é un personaggio tutto da scoprire.
Proporre una miscela di hip-hop italo-romanesco in una terra straniera e complessa come il Lussemburgo. Una sfida al mondo o una voglia di differenziarsi?
Il cantare in italiano fin ad ora mi é sembrato più naturale ed il paese non c’entra nulla, fossi stato in giappone avrei fatto la stessa cosa; il luogo é solo un caso. Fortunatamente peró gioca anche il fatto che qui di italiani ce ne sono tanti. Il romanesco (da bravo laziale proveniente dal Lazio e non solo per fede calcistica) é perche dopo il napoletano, il nostro modo di esprimerci é più cabarettistico.
Che cosa ascolta Cico e da chi trae l’ispirazione?
Ascolto tutto, l importante e che riesca a “famme scapocciá” (emozionarmi, ndr).L’ ispirazione é tratta da sostanze “stupidifacenti”, tasso alcolico illimitato sotto le feste, saltando la domenica di Pasqua e tanto sesso una volta al mese. (ride)
JULIE’ S HAIRCUT
Quindici anni di attività alle spalle ormai. Come si é evoluta la musica del vostro gruppo?
Luca: Si è evoluta costantemente, direi. Abbiamo iniziato da una sorta di garage rock mescolato ad influenze che venivano da Sonic Youth e Velvet Underground per poi aggiungere e togliere elementi costantemente nel corso degli anni, per non annoiare in primo luogo noi stessi e di conseguenza il pubblico, fino ad arrivare a quello che facciamo oggi, che apparentemente può sembrare molto distante da ciò che facevamo agli esordi, ma in realtà, credo ci sia una vena stilistica che ci è propria e che da sempre rende riconoscibile epersonale quello che facciamo.
Il vostro album “Our secret ceremony” propone diverse interessanti sonorità ma in particolare mostra una forte vena psichedelica. Come presenteresti/e questo progetto al pubblico internazionale?
Luca: Non credo faccia parte dei doveri di un musicista spiegare a parole la propria musica. Per questo ci sono i giornalisti musicali. Se devo risponderti in maniera un po’ vaga direi che oggi noi proponiamo una forma-canzone il meno canonica possibile. Cerchiamo di comporre cose che abbiano un minimo di struttura, ma non vogliamo che questa struttura diventi una gabbia. Vogliamo che sia una semplice impalcatura su cui possiamo avere la libertà di improvvisare, allungare e accorciare a piacere. Le principali fonti di ispirazione, da questo punto di vista, sono diversissime: dalla scena tedesca degli anni ‘70 (Can, Neu!, Klaus Schulze, Kraftwerk, ecc…) al Miles Davis “elettrico” di fine anni ‘60.
Per noi amanti dell’indie italiano che viviamo all’estero é un peccato che certi prodotti nostrani non arrivino qui. Che cosa pensi/ate manchi alla musica italiana per esportare non solo le consuete melodie melodrammatiche?
Luca: Non saprei. Qui in Italia manca un po’ tutto, direi, per aiutare gli artisti a compiere il proprio lavoro nel migliore dei modi. Al contrario di quanto succed, per esempio, in Belgio (dove lo stato fornisce sussidi a chi decide di intraprendere la professione) qui da noi se decidi di fare il musicista hai di fronte due opzioni molto semplici: vivere da morto di fame oppure cercarti un lavoro diurno per mettere il pane in tavola. Nel primo caso, non potrai permetterti di essere decisamente selettivo in quello che fai, nel secondo caso, ti verranno sottratti molto tempo e molta energia da dedicare al fare musica. In ogni caso la tua vita di musicista ne risentirà. Finora c’è sempre stata da parte delle istituzioni una sorta di cordiale indifferenza nei confronti di chi fa musica. Ora addirittura è iniziata una sorta di crociata contro gli artisti, basti pensare alle parole del ministro Brunetta o dello stesso Berlusconi. Con una situazione interna del genere è facile capire come sia difficile rivolgersi in maniera competitiva all’estero.
Questi festival internazionali sono un’importante vetrina per poter far ascoltare la vostra musica. Che tipo di pubblico vi aspettate. Italiani “addetti ai lavori” oppure stranieri incuriositi dal buon sound?
Luca: Non ho idea. Noi abbiamo già suonato all’estero diverse volte e abbiamo appena concluso un piccolo tour tra Germania, Olanda e Belgio. Di solito si raduna un pubblico di locali interessati al genere, non di italiani. Poi capita spesso che ci sia almeno un italiano che lavora all’estero e che viene a godersi un po’ di sapore di casa, ma è l’eccezione. Forse solo a Bruxelles il mese scorso c’era una buona metà di pubblico italiano, ma perché lì c’è una grossa comunità italiana. In Lussemburgo non ho idea, non ci abbiamo mai suonato. E credo dipenda anche dal target del festival in sé.
Info: www.rockhal.lu
interviste a cura di Paolo Travelli