12, marzo, 2010
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Franca Masu

Date: 23-11-2009
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FRANCA MASU

In attesa del concerto del 3 dicembre prossimo all'Abbazia di Neumuenster, organizzato dal Centro catalano di Lussemburgo con il Centro culturale dell'Abbazia di Neumuenster e l'Istituto italiano di cultura, l'artista sarda si concede a PassaParola online. Dall'incontro tra  la musica tradizionale catalana e il jazz nasce l'amore per la "nuova musica". 

Come nasce il tuo amore per la musica tradizionale in lingua catalana?
Nasce un giorno lontano poco più di dieci anni fa…
Amavo cantare jazz…era una vera passione..ma una sera del ’96 abbiamo realizzato due serate in teatro ad Alghero col grande clarinettista americano Tony Scott. Fu un successo enorme per me e per i miei musicisti. Lui si entusiasmò con i suoi 70 anni suonati, come un ragazzo, e mi richiamò più volte sul palco definendomi …"una delle più belle voci che avesse mai sentito". Io credetti ancora una volta, che cantare era la mia vita, era il mio più grande sogno. Ma questo sogno doveva ancora prendere forma, una forma più autentica. Così l’anno successivo, quando venne a cantare ad Alghero Maria del Mar Bonet, io sentii per la prima volta una voce che cantava in una lingua che a me apparteneva bene, ma la sentii dentro una musica diversa, una musica ricca di evocazioni sonore..ed era  una lingua ricca di storie da raccontare , storie di mare, un mare grande che tutti ci abbraccia e ci tiene stretti. Il Mediterraneo.
Quella notte mi sentii anche io dentro quelle storie e fu mio marito che mi disse che era arrivato il momento di lasciare da parte la lingua inglese, gli standard americani. Era il momento di guardarsi intorno e trovare nuove ispirazioni. Magari proprio in lingua catalana di Alghero.
Ma io non parlavo quella lingua e non avevo mai ascoltato quella musica…, era un mondo a me sconosciuto.
Ma ci provai. Ci credetti. Ho studiato, ho letto molto. Ho ascoltato la radio sulle frequenze catalane. Non è stato facile , ma eccomi qui…e  credo di avere vinto quella scommessa, in qualche modo.
E così, mi sono riappropriata delle mie radici, del mio vissuto, e della terra e del mare che mi hanno accolto.
La musica tradizionale della mia città di Alghero è fatta  di motivi semplici ma ricchi di quella verità che solo la musica popolare può contenere…dopo il mio primo cd El Meu Viatge,   è nato Alguìmia, dove reinterpreto alcune tra le più belle melodie algheresi. Poi è nato Aquamare  e si è rafforzato e consolidato  il mio percorso artistico che oggi mi vede in veste di interprete della “nuova canzone d’autore catalana”  e nello smisurato panorama della world music  mi colloca oggi come unica rappresentante di questa specialità canora e musicale  ma che proviene proprio dalla mia isola.La Sardegna.Questa è la mia felicità. Molto c’è ancora da fare….ma questo è il fascino di questo meraviglioso lavoro.

Come si pongono i catalani rispetto al tuo modo di porre in risalto la loro tradizione canora. Si sentono straniti dal fatto che sia un’italiana, seppur proveniente da un territorio di lingua catalana, a cantare nella loro lingua oppure ti sono estremamente riconoscenti?
In Catalogna la mia musica è arrivata come un "vento nuovo"…una assoluta novità. Io non canto solo la tradizione di Alghero e tantomeno canto la tradizione catalana, canto molte composizioni originali, i cui  testi li scrivo spesso io, ma la vera attrazione per i Catalani consiste nella mia pronuncia che loro definiscono “esotica”e anche nelle melodie che si pongono raffinate ed energiche allo stesso tempo, ricche di pathos quasi lusitano ma che invece è frutto della mia passionalità e del mio background, del mio vissuto,  e a loro tutto questo mix piace. Piace molto. Mi considerano un ‘artista catalana a tutti gli effetti…e mi sono spesso riconoscenti perchè è pur vero che la musica è un mezzo espressivo che non conosce barriere,va al di là del contenuto dei testi, è un veicolo che innesca meccanismi emozionali preziosi e misteriosi….ma in questo specifico caso, io sono anche apprezzata per il lavoro di recupero, di difesa e diffusione di una lingua-il catalano di Alghero- che sta soffrendo e che va valorizzata e praticata. Altrimenti, come dice il mio grandissimo amico critico Emiliano Dinolfo, "…..le parole si ammalano di oblìo. E muoiono".

Paolo Fresu che é un ospite ormai conosciuto in Lussemburgo, oltre ad essere uno dei più importanti jazzisti attuali, parla di te con devozione. Quando collabori con grandi musicisti jazz essi si pongono esclusivamente a tua disposizione per cerare di far risaltare il lato tradizionale della tua musica oppure diventano importanti anche le loro jam?
Paolo Fresu è prima di tutto un uomo di straordinaria sensibilità e profondissime conoscenze. Ho avuto l’onore di essere invitata l’estate scorsa a Time in jazz il suo straordinario e innovativo festival a Berchidda. E molto mi ha lusingato la sua presentazione del mio cd Aquamare. Io so di aver avuto il privilegio di poter avere al mio fianco grandi musicisti,  Mark Harris,Mauro Palmas, Gavino Murgia, Oscar Del Barba, Paolo Alfonsi e Daniele Dibonaventura tra i tanti.. Ogni loro apporto è stato assolutamente prezioso ed illuminante.
Ma il quartetto di jazzisti che da alcuni anni mi accompagnano stabilmente, si pone assolutamente al servizio della mia voce e del mondo musicale che esprimo.
Sono il contrabbassista Salvatore Maltana che oltre a lavorare al mio fianco da più di 10 anni, è anche il mio direttore musicale, il chitarrista Alessandro Girotto, il percussionista catalano Roger Soler e il grande fisarmonicista Fausto Beccalossi oggi uno dei più quotati nel panorama jazzistico internazionale. Loro hanno sinceramente amato la musica che io stessa amo,talvolta  hanno composto per me, hanno arrangiato i brani  e ogni volta nasce un interplay ,in concerto, che offre sempre nuovi spunti e dà nuova linfa al nostro lavoro e al nostro stare insieme. Siamo tutti anche molto amici e questo è davvero un grande  privilegio.

Come vedi il futuro della musica tradizionale in Italia? Si sta assistendo  a un progressivo aumento dell’interesse per questo genere oppure ci si sente stelle isolate con il pericolo dell’estinzione?
Sì, ultimamente si sta ponendo una certa attenzione alla musica “in lingua”. Cioè si sta offrendo un maggior spazio a quelle “nuove musiche” che però utilizzano come veicolo espressivo la lingua della propria regione. E questo, in un paese come l’Italia dove le varianti dialettali sono molte, credo sia un fatto positivo. Non so se si possa parlare strettamente di musica tradizionale, però.  Certo, i grandi veicoli mediatici come ad esempio radio e televisione  , non offrono ancora i giusti spazi a questo tipo di espressione artistica , ma è notizia di questi giorni, che il grande festival della canzone italiana di SanRemo, ha aperto le iscrizioni anche alle canzoni in dialetto!!! Non era mai accaduto…..staremo a vedere.
L’interesse sta soprattutto nella gente, il pubblico ha desiderio di sentire anche produzioni musicali “in lingua” o in dialetto…perchè c’è tanto tantissimo da riscoprire e c’è la voglia di sentirsi più vicini ognuno alla propria identità. Ma credo che bisogna fare attenzione a ciò che si produce e che si offre all’ascolto.
In Sardegna per esempio,  la grande tradizione del canto a Tenores è sacra e molto si fa per cercare di difenderla nella sua forma più pura. Ormai è stato proclamato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.

In Italia l’etno-jazz é fenomeno ancora ad uso e consumo solo di qualche addetto ai lavori mentre in altri paesi, ad esempio nel Regno Unito, grazie ai lavori dell’etichetta Inspiration Information (lavori come quello di Mulatu Astatke), sta conoscendo un momento davvero d’oro. Credi che da noi riusciremo ad interessarci di più ad un genere cosi affascinante?
Come ho detto,mi sembra che  si sta muovendo qualcosa…c’è un nuovo fermento.
Ma io amo fare una distinzione precisa: ethno-jazz non vuol dire musica tradizionale..
Io amo molto l’ethno-jazz perchè mi appartiene di più,mi offre la dimensione ideale per esprimere me stessa, ed anche io definisco così la mia musica. La tradizione invece,  è qualcosa di molto serio e importante e bisogna averne cura e saperla fare . Altrimenti , credo sia meglio semplicemente porsi in una condizione di puro ascolto e quindi, rispettarla.
Non approvo le contaminazioni ibride che si spacciano per musica tradizionale e poi sono un vero e proprio sfascio a livello artistico e culturale. Bisogna stare attenti a saper fare la tradizione cosiddetta “innovativa”…perchè spesso il risultato è piuttosto stucchevole…
Una rilettura intelligente delle proprie radici sonore offre, invece, motivi di crescita artistica , di originalità e il segreto per riuscirvi al meglio penso che stia fondamentalmente nella profonda conoscenza delle radici,  per giungere alla quintessenza e da lì dare vita ad una creazione tutta nuova ed originale ma che rievochi l’originaria matrice. Così credo si può parlare di innovazione.

Quali sono i progetti di Franca Masu per il futuro?
Ci sono concerti anche in terre che ancora non ho visitato…Ungheria e America. E soprattutto  c’è in cantiere un nuovo cd. Credo di essere a buon punto….spero di regalartene presto una copia!!!

di Paolo Travelli

 

 

 

 


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