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Giovanni Minoli
Date: 15-02-2008 Number of Views: 362
Giovanni Minoli, direttore di Rai Educational, ci parla di TV
Da Mixer a La Storia siamo noi, passando per Un posto al sole, il giornalista, vincitore di tanti premi importanti riflette, insieme a PassaParola, sui momenti importanti della televisione italiana.
Uno dei tuoi più recenti successi è La Storia siamo noi, che ha vinto numerosi premi tra i quali il Premio Ilaria Alpi, il Premio Regia Televisiva e il Premio Ischia al Miglior Giornalista Televisivo. Qual è il momento storico tra quelli raccontati da cui sei stato particolarmente affascinato e quale quello che, secondo te, è stato il più importante per il XX secolo? È difficile individuare un particolare momento storico più affascinante degli altri. La sfida di La Storia siamo noi è proprio questa: condividere ogni giorno con gli spettatori la (ri)scoperta della Storia come fonte perenne di suggestioni e chiavi di lettura per l’attualità. Non a caso, uno degli slogan che meglio sintetizza il nostro lavoro è “Storicizzare l’attualità, attualizzare la Storia”: da qualunque epoca del passato recente – e noi abbiamo scelto di raccontare l’arco di tempo che va dalla I Guerra Mondiale ad oggi – può essere utile e stimolante per capire il presente. Il nostro oggi nasce sempre da ieri. Allo stesso modo, è assai difficile dire quale sia stato il momento più importante del XX secolo. La II Guerra Mondiale è una scelta più che ovvia, non solo per la catastrofe che ha portato con sé, ma anche (e forse soprattutto) per il nuovo assetto geo-politico che ne è derivato con Yalta. A seguire, come logica conseguenza, direi la caduta del Muro di Berlino, proprio perché ha sovvertito quell’ordine, aprendo nuovi scenari ma anche consentendoci – a noi cronisti della Storia – di rileggere e re-interpretare la Storia attraverso nuove chiavi e nuovi documenti. Durante gli anni in cui sei stato prima capostruttura, poi Direttore di Raidue, ha portato al successo trasmissioni che hanno cambiato il modo di fare televisione. Con Mixer è nato il rotocalco televisivo in prima serata di connotazione strettamente giornalistica, mentre Quelli della notte ha fatto una vera e propria rivoluzione in tv, grazie all’estro del grande Renzo Arbore. Quando glielo proponesti pensavi che sarebbe diventata una trasmissione cult come poi si è rivelata? Credo che nessuno possa prevedere a priori se una trasmissione diventerà un cult. Sapevamo che Quelli della notte aveva tutte le potenzialità per far presa su un pubblico intelligente e nottambulo (all’epoca le seconde serate finivano molto prima di oggi), e il successo che la trasmissione ha avuto – tanto da incidere così profondamente anche sul costume – è stata la conferma (al di là di ogni più rosea previsione) di questa intuizione. Questo per quanto riguarda le dimensioni del “fenomeno” Quelli della notte. D’altra parte, però, non c’è dubbio che l’idea di partenza, garantita dallo straordinario talento di Renzo Arbore, aveva tutti i numeri per riuscire ed aver successo. Da Direttore di Rai Educational quanto è difficile, al di là dei canali tematici, trovare spazi nei palinsesti per programmi di carattere giornalistico o documentaristico, in una televisione sempre più connotata da reality, fiction e quiz di basso livello? Molto, moltissimo. E questa difficoltà è la testimonianza dell’esigenza fortissima che ha la Rai di ripensare la sua funzione e la sua missione di servizio pubblico. Il successo dei nostri programmi, infatti, dimostra chiaramente che il pubblico ha fame di questi prodotti: li cerca ad orari impossibili, li guarda con attenzione crescente, ci scrive per complimentarci e discuterne con noi. E lo stesso vale per le varie declinazioni dei nostri programmi – libri, Internet, università. Di più: una riflessione seria e approfondita sul successo dei nostri programmi – tutti realizzati a bassissimo costo – potrebbe essere utile anche per quanto riguarda la necessità della Rai di risparmiare. Da Direttore di Format hai creato Un posto al sole (Raitre), successo innegabile della nostra televisione, che riesce quotidianamente a raggruppare davanti al video più di due milioni di persone. Grazie alla tua lungimiranza, sei riuscito a salvare il Centro di Produzione Rai di Napoli e a far lavorare tanti bravi attori misconosciuti. Alla luce del Premio per la Fiction Telegrolle 2006, ricevuto a Saint Vincent, e dopo dieci anni di puntate, come giudichi quell’esperienza? Un’esperienza straordinaria, che ha rivoluzionato – creandola dal niente – l’industria della fiction seriale in Italia. Nessuno ci credeva, nessuno la voleva. Solo io ed Elvira Sellerio, all’epoca consigliere di amministrazione della Rai, giustamente preoccupata di fronte al rischio della chiusura del Centro di Produzione Rai di Napoli – che avrebbe significato non solo la perdita di molti posti di lavoro, ma anche la dispersione di un enorme patrimonio culturale. È stata un’avventura professionale e, ancora una volta, culturale: abbiamo importato in Italia la soap industriale, trasformandola in una real soap – cioè in un racconto quotidiano dove amori, passioni, intrighi, gelosie e vendette (tipici del genere soap) si mescolassero ai temi dell’attualità, dalla droga alla prostituzione, dalla violenza domestica all’immigrazione clandestina, all’imprenditoria giovanile. Ne è venuto fuori un prodotto originalissimo ed unico. Se n’è accorto perfino il Wall Street Journal: con Un posto al sole è nato qualcosa di nuovo e di entusiasmante, oltre 2.000 posti di lavoro intellettuali creati in dieci anni a Napoli, per non parlare di tutto l’indotto che ruota intorno ad una produzione del genere (dai “cestini” ai fabbisogni scenografici), ma anche delle soap concorrenti di Mediaset e, soprattutto, di La squadra. Da poco ci ha lasciato un grande maestro del giornalismo italiano, Enzo Biagi. Riesci ad individuare un eventuale erede etico e professionale? No, non mi sembra che ce ne siano. Né all’orizzonte, né sulla scena.
di Gilda Luzzi hanno collaborato Maria Grazia Galati e Paola Cairo
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