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Rousseau e la musica: ne parliamo con Amalia Collisani, filosofa della musica

Nel 1766 Jean-Jacques Rousseau passò cinque settimane a Strasburgo, accolto con favore e disponibilità dalla città, e in questa stessa città, l’11 ottobre scorso, i Partenaires Culturels Européens, in collaborazione con l’amministrazione locale, hanno voluto ricordare il tricentenario della nascita del grande pensatore con una giornata di studio a lui dedicata.

 

Partneraires Culturels Européens è un gruppo informale costituitosi nel 2001 che vede l’impegno del Goethe-Institut, dell’Istituto Italiano di Cultura, dei consolati generali di Austria, Romania, Russia, Serbia e Svizzera e della Francia rappresentata da Strasburgo, che ha per obiettivo una riflessione attenta, europea, aperta e permanente negli ambiti della cultura e dell’arte. Per raggiungere questo obiettivo, il gruppo si impegna nell’organizzazione di un grande evento annuale che quest’anno ha preso il titolo di “Jean-Jacques Rousseau: influences & apports”.

Molti gli interventi e gli argomenti proposti nel corso della giornata di studi che si sono incentrati principalmente sulla maniera in cui il grande filosofo è stato accolto e come la sua influenza ha agito in vari paesi europei.

Di particolare interesse l’intervento della professoressa Amalia Collisani che ha parlato de “L’immagine della musica italiana nel Dictionnaire de Musique”. Docente di filosofia della musica all’Università di Palermo nonché direttrice del Dipartimento e membro della commissione universitaria di valutazione per la ricerca, Amalia Collisani ha dedicato una larga parte dei suoi studi a Rousseau, pubblicando numerosi lavori in cui ha affrontato in particolare quella parte del pensiero del filosofo riguardante la musica e il suo fortissimo legame con la musica italiana.

La giornata è stata anche l’occasione per rivolgerle qualche domanda.

 Innanzitutto le chiederei una sua opinione su questa giornata.

Io sono venuta  molto volentieri e, ora che è quasi finita,  sono contenta di essere venuta perché l’idea di questo insieme europeo, possiamo dire di associazioni culturali di diversi paesi europei tutti concentrati su una figura assolutamente  internazionale come è quella di Rousseau il cui pensiero filosofico è naturalmente al di sopra dei confini, mi è sembrata un’idea veramente bella e che ho apprezzato molto. E la giornata è stata come io me l’aspettavo perché, in effetti, sono venute fuori molte idee, molti suggerimenti che sono per me nuovi, come per esempio le tematiche della ricezione in Russia o in Jugoslavia. Sono aspetti molto interessanti.  Come anche è stata molto bella questa relazione sulla ricezione in Germania. Quindi, insomma, una giornata costruttiva.

 …e decisamente nello spirito di Strasburgo, che è una città molto proiettata nella dimensione europea…

Infatti. Lo pensavo ed è stato così.

Lei però insegna in un’università che è proprio ai confini dell’Europa…(all’Università di Palermo, ndr)

Ai margini!

Riesce comunque a mantenere buoni contatti con la Francia e in generale con l’Europa, oppure sono problematici?

Allora, quando ero più giovane l’università aveva più soldi e i contatti erano più facili. Oggi abbiamo problemi economici gravissimi. L’università italiana ha sempre meno soldi. Riusciamo con difficoltà a far venire persone da noi: per noi stessi e per gli studenti. E con difficoltà riusciamo a spostarci. Inoltre, recentemente la legge italiana ha imposto ai docenti universitari che fanno missioni di spendere la metà di quello che avevano speso nel 2009 e l’altra metà i dipartimenti devono versarla anche all’erario. Cioè: tutto quello che io spendo per fare un viaggio all’estero il mio dipartimento lo paga due volte.

Una specie di tassa, diciamo…

Quasi una minaccia! Poi, naturalmente, oggi abbiamo internet, abbiamo la posta elettronica, abbiamo dei mezzi che in qualche modo facilitano ma non è la stessa cosa. Muoversi, incontrare, vedere è diverso.

Quindi, mi sento sempre più (e dico “mi” ma parlo dell’Università di Palermo, della mia regione) messa ai margini, anche da un punto di vista politico-culturale.

La Sicilia come  periferia d’Europa?

Sì. Naturalmente noi abbiamo avuto il sogno dell’essere il tramite tra il Mediterraneo islamico, e comunque il resto del Mediterraneo non soltanto islamico, e l’Europa. Ma è un sogno che per un verso era già utopico perché si sa che ormai i collegamenti si fanno in aereo. Io per andare a Tunisi devo prima andare a Roma! E poi, oggi, con tutto quello che sta succedendo, con la primavera araba… Per esempio, noi avevamo un accordo, come università di Palermo, con la Libia, dove abbiamo i nostri archeologi, e in questo momento questi rapporti si sono chiusi.

Quindi, anche quest’idea di fare da ponte è un’idea poco realizzabile.

 

Tornando a Rousseau. Lei nella sua carriera ha lavorato moltissimo su di lui.

Troppo!

Com’è nato questo suo interesse per questo pensatore francese?

Io mi occupavo già di estetica e di filosofia della musica. Però la mia idea dell’estetica e della filosofia della musica è sempre stata quella di mettere in contatto il pensiero, l’elaborazione teorica, con la musica che si fa nell’epoca. Mi piace vedere i rapporti che esistono, le relazioni. Ho sempre il dubbio, e lo dico sempre ai miei studenti il primo giorno di lezione, se siano le idee quelle che influiscono sul fare o se è il fare che crea le idee e credo che sia un problema irrisolvibile. Da qui, siccome ad un certo punto mi sono interessata alla definizione del termine classico/romantico (che i romantici vedevano molto diversamente da come lo vediamo noi ora perché chiamavano musicisti romantici Haydn, Mozart e Beethoven mentre oggi, nei Conservatori, sono considerati romantici Schubert, Schumann, ecc.)  mi è piaciuto approfondire il pensiero Settecentesco. E prima di tutto nel pensiero Settecentesco, a livello filosofico, viene Rousseau, come precursore, come spesso è detto, del romanticismo. E così ho cominciato proprio dal Dictionnaire de musique facendo un paragone con le voci che lui aveva scritto per l‘Encyclopédie e mi sono appassionata moltissimo. Perché Rousseau è denso di idee e di ricchezza e io penso che quando parlava di una musica veramente utopica, come quella che descrive nel Dictionnaire de musique, pensava ad una musica da realizzare, così come poi hanno fatto Mozart, Haydn e Beethoven, cioè una musica che parla senza bisogno di  appoggiarsi su nient’altro.

Veramente la sua idea di musica è la musica italiana, napoletana, e che in qualche modo si struttura in un discorso. Cioè quello che hanno fatto i tre compositori di cui parliamo. É nato così questo interesse e si è molto sviluppato perché Rousseau ha un mare di materiale che può essere utilizzato per approfondire, a partire dai suoi primi scritti, che sono su un nuovo metodo di notazione musicale e che sono anch’essi ricchi di spunti perché vanno a cogliere il legame tra segno e oggetto, tra significante e significato e mettono in evidenza proprio gli aspetti in cui il segno è incapace di rendere il significato e il modo in cui invece si può ovviare a questo percorso. Anche questo pensiero, quindi, precorre non soltanto il romanticismo ma anche il pensiero linguistico semiotico del ‘900!

Nei suoi allievi vede un interesse a proseguire questo tipo di studi o sono indirizzati verso altri generi?

Allora, filosofi della musica non ne ho formati. Però molti miei allievi hanno – o almeno spero, credo, mi illudo che abbiano – introiettato questo interesse a cogliere i nessi tra l’elaborazione teorica e il fare musica. Poi, i miei allievi più cari, più bravi lo hanno applicato alla musica contemporanea e di questa si occupano.

 

Giulia Silvestrini*

 

*giornalista italiana che vive a Strasburgo

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