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Suor Laura Girotto: dalla moda alle missioni. Intervista

Suor Laura Girotto, torinese, missionaria delle Figlie di Maria Ausiliatrice, qualche giorno fa è stata in Lussemburgo, ospite dell’Ambasciatore d’Italia Raffaele de Lutio, dove ha incontrato i rappresentanti di alcuni enti religiosi e laici per presentare la sua missione salesiana Kidane Mehret di Adwa, in Etiopia.

«C’è un ospedale in costruzione – dice- ma a causa della crisi mancano i fondi». Anche noi possiamo aiutarla attraverso l’Associazione AMICI DI ADWA Onlus (www.amicidiadwa.org). Intervista.

 

Dalla moda ai voti. Mi racconta questa chiamata?

Io vengo da una famiglia molto cattolica quindi, da sempre ho frequentato l’oratorio, però, diciamo che ho avuto sempre interessi molteplici. Mi piaceva lo sport, le attività ricreative e mi piaceva la moda. Avevo un istinto naturae per le cose belle. Mi piaceva vestire elegante per cui ho chiesto ai miei di iscrivermi ad una Scuola di Alta moda che a Torino costava tanissimo e, quindi, i miei non avrebbero potuto il pagamento della retta. Sono entrata in un grande atelier torinese come studente lavoratrice. Quindi, di giorno lavoravo e la sera frequentavo i corsi gratuitamente. E per me è stata una cosa straordinaria, perchè dovendo lavorare per l’atelier mi hanno insegnato tutti i segreti, tutti i trucchi, i riferimenti dei negozi e dei fornitori. Come assistente andavo in giro per le sfilate da Parigi a Firenze per organizzare l’uscita dei capi, vestire le modelle e nello stesso tempo ho frequentato tutti i corsi di taglio, confezione, figurinista, modellista. Quando ho avuto 18 anni mi sono diplomata stilista vincendo anche un paio di concorsi(…), intanto continuavo a frequentare l’oratorio. Ho avuto sempre una grande ammirazione e passione per le suore, perchè io ero scatenata  nelle attività sportive (pattinaggio, palla) e loro avevano con me una pazienza infinita. Anche alle scuole elementari ero regolarmente in punizione ma trovavo sempre la suora-angelo che mi proteggeva e capiva. Quindi, ero ammirata dal loro modo di trattare me e come ci amavano. Mi sarebbe piaciuto tanto diventare come loro e fare per i ragazzi e i giovani quello che loro avevano fatto per me. Quando mi sono displomata, ho sentito moltto forte questa necessità di scegliere tra quello che intuivo essere qualcosa di più profondo che non semplicemente un’ammirazione esterna per quelle persone che mi avevano affascinato. E, invece, il grande interesse che io provavo per il mondo della moda. Sono andata a Lourdes prima di decidere, cercando di chiarire in me stessa quello che volevo fare. Tornando ho preso la decisione. Ho detto: «Io provo, è questa la mia strada»; e’ stato un momento difficile perchè ho dovuto rifiutare alcune offerte di lavoro prestigiose (…) ma c’era qualcosa che non mi convinceva e ho fatto il salto. Sono entrata in convento. I miei dicevano disperati chesarei rovinata, che buttavo dalla finestra delle opportunità uniche, pensando che dopo tre mesi sarei reintrata a casa. Dicevano: «Quella disfa il convento!» (…). Invece io mi sono trovata subito bene. Ho capito che quello era il mio posto. (…)

Mia mamma non mi ha dato mai la sua benedizione finché non ho preso i voti. Ora, a 70 anni, dico che è stata la scelta giusta. Perchè ho avuto una vita molto varia: sono stata missionaria in parecchi posti. Una vita molto piena, di sicuro non facile ma felice sì.

Il suo arrivo in Etiopia. Qual è stato l’impatto?

Uno dei momenti difficili che si sono rivelati una delle carte vincenti. Le mie superiore avevano avuto una richiesta formale dal Vaticano di mandare una comunità in Etiopia nel 1987. Ma proprio allora è scoppiata l’ultima fase della guerra contro il dittatore (Mengistu Haile Mariam, ndr)e la comunità si é dispersa. Quando il dittatore cadde le mie superiore non pensavano di mandare nessuno e invece l’impegno era stato preso, il vescovo insisteva ma non sapevano che mandare. Io in quel momento avevo appena perso la mamma e lasciato l’attività in cui ero impegnata per seguire lei. La madre generale mi ha chiamò per sapere se me la sentivo di tornare in missione, mentre ero destinata a prendere la direzione di una grande scuola a Torino, dicendomi che mi avrebbe mandata ad Adwa. Lei però aveva avuto informazioni sbgliate (…). Lei mi mandò pensando che mi sarei appoggiata ad una comunità religiosa non nostra ma di un altro ordine ma comunque esistente. Ma per questo errore geografico io mi trovai ad Adwua con una comunità d’appoggio a centinaia di chilometri, senza strade, senza macchina, senza niente.

Diciamo che l’istinto di sopravvivenza mi portò ad organizzarmi in qualche maniera. Per me sarebbe stato normale essere ospite del padre che mi aveva preceduto qualche mese prima, che si era istallato in una delle vecchie casette dei nostri militari. Però erano tre uomini: lui sacerdote e 2 confratelli chierici; per me sarebbe stato normale. Quando gli dissi che mi sistemavo da loro mi rispose che la cultura locale non lo avrebbe mai permesso. Sarei stata targata per sempre come la donna dei padri. Non si aveva idea di quello che fosse una missionaria, poi una suora, donna… e quindi mi diede una tenda militare. E mi accampai per parecchi mesi sotto quella tenda. Finchè i padri non lasciarono libera qualla casupola e si trasferirono in ambienti provvisori della missione e io entrai in quella casupola di fango che almeno non era non più una tenda.

A partire da quella tenda cosa è successo?

Io ho cominciato a lavorare da quella tenda. Il primo oratorio l’ho fatto lì. Il primo contatto con le donne l’ho fatto con una ragazzina che doveva partorire e ha partorito nella mia tenda. Quindi, il contatto con la gente è stato ideale perchè mi hanno vista come una di loro. Io vivevo accampata come loro, cercando di sopravvivere come loro. Non mi hanno sentita distante, o straniera. O pelle bianca. I bambini sono subito venuti mi hanno preso per mano e sono diventata una di loro. Mi hanno insegnato tante cose, sia loro che le donne.

Proprio su questo aspetto del ruolo delle donne. Può dirci qualcosa sul centro che lei ha fondato?

La zona dove siamo noi è sempre stata zona di guerra. Attualmente siamo zona di confine dove c’è una guerra non più combattuta ma mai risolta. Abbiamo circa 16 000 militari stanziati sul confine. Truppe che turnano, non combattono ma sono presenti. E noi sappiamo cosa significano le truppe in un contesto di fame e di miseria, quindi necessariamente la prostituzione è rampante con tutte le conseguenze di malattie. C’è un tasso di contagiati di aids che è assolutamente fuori controllo. E’ veramente necessario intervenire sulle donne.  Quando io incontro le ragazze loro mi dicono: «Sister, l’aids mi ammazza in 10 anni, la fame in 1 mese…Lei mi dà un lavoro?».  Noi abbiamo moltissime donne a cui offriamo un lavoro. Sono sotto contratto anche le donne delle pulizie. La maggioranza sono 2 weeks ON-2 weeks OFF, ovvero lavorano due settimane a turno per dare la possibilità a tutti di fare qualcosa.

Inoltre, 138 persone stipendiate a contratto regolare: insegnanti, assistenti, segretari.

Cos’è la scuola di avviamento al lavoro?

Noi abbiamo una scuola con 1500 ragazzi che va dalla materna alle superiori compresi i due anni preparatori per l’università e la scuola di avviamento al lavoro è scuola tecnica e scuola professionale. Abbiamo reparti di taglio e cucito, confezioni, modellistica, maglieria, ricamo, tipografia (…) che prende ordini. Sono tutte iniziative che ci permettono – oltre a dare una formazione professionale – anche l’autonomia locale per la scuola. Perchè l’obiettivo è essere autonome in loco. Abbiamo iniziato con una dipendenza assoluta dagli sponsor in Italia, invece ora la scuola è al 75-80% già autonoma per questi ordini che noi accettiamo ed evadiamo, abbiamo un catalogo che diffondiamo (divise, cappe di laurea). Nel frattempo diamo un training continuo a queste ragazze che cerchiamo di togliere dalla strada e per garantire loro la continuità del lavoro, perchè noi non potremo assumerle tutte, le organizziamo in piccole cooperative. Dunque, nella formazione diamo non solo i fondamenti di alfabetizzazione ma anche contabilità familiare cooperativistica e le rimandiamo ai loro villaggi in gruppi di 5 o 7 per cui si organizzano. (…)Abbiamo un gruppo di specializzate che sono fisse e che lavorano e insegnano. Facciamo incetta divecchie macchine per maglieria manuali e vecchie macchine per cucire, quelle a pedali, che aveva mia nonna; sono ormai reperti da museo che vanno rottamati qui in Europa. (…) Noi abbiamo fatto il passaparola a tam tam e con l’aiuto di un gruppo di volontari di Cento le raccogliamo tutte e le mandiamo in Etiopia (…) 

Mi piacerebbe approfondire il tema dell’Università. Questi ragazzi arrivano alla laurea?

Tutti i nostri ragazzi si laureano. Il sistema universitario in Etiopia è gestito dal governo. I ragazzi devono raggiungere un certo livello di risultati e su quei punteggi sono destinati alle varie facoltà ma la scelta è del governo (vecchio sistema sovietico: si pianificano tot posti l’anno, ndr). E’ il secondo anno che i nostri ragazzi hanno accesso all’università e fanno scintille. Sono affiancati come assistenti ai docenti. Quindi, è un risultato che ci soddisfa parecchio. Noi contiamo di avere i primi docenti preparati e, adesso che stiamo costruendo un ospedale, medici e infermieri. (…) Il punto è questo: in Etiopia c’è talmente tanta povertà che la gente vuole scappare.

Il nostro scopo è quello di creare condizioni di vita tali che non abbiano più la necessità di scappare per sopravvivere. E’ un cammino molto lungo da fare. (…) I ragazzi sui quali noi investiamo, li vincoliamo con contratti capestro. (…) Fa parte del sistema educativo. Perchè formare onesti cittadini significa anche formare persone che sappiano tenere fede agli impegni sottoscritti.

 

Il progetto agricolo in cosa consiste?

E’ nato per garantire la provvigione di acqua e cibo per la nostra gente. Quando non ci sono emergenze noi riusciamo anche a vendere, sul mercato locale, i prodotti che produciamo. (…) Abbiamo stalle, animali, prodotti caseari ecc.

 

Si può venire a fare volontariato in missione?

Certo! Gli studenti o persone che sono interessate per motivi di studio o vacanze solidali (per fare il classico oratorio estivo, per esempio) si mettano in contatto con l’associazione e dopo una preparazione si può partecipare. Ci sono dei requisiti a cui corrispondere. Quest’anno ne abbiamo avuti 46 venuti dall’Italia.

 

 Qual è lo scopo del suo viaggio in Lussemburgo?

Abbiamo cominciato a costruire un ospedale per donne e bambini soprattutto perchè la condizione sanitaria è disperata. Noi abbiamo perso in 20 anni il 13% dei nostri allievi che sono morti per ragioni assurde. Patologie che qui sarebbero state perfettamente curabili, addirittura a livello domestico. Quindi, l’ospedale é un’esigenza nostra e anche una risposta alla richiesta dell’autorità. Abbiamo deciso di costruire un ospedale che garantisca una medicina di base:  200 letti per una possibile utenza di 1 milione di pazienti. Abbiamo fatto un progetto e trovato i fondi.

Un milione è stato raccolto tramite volontari, gli amici di Adwa e 2 milioni ci erano stati donati dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) dall’8 X mille che i cattolici hanno versato. Poi è arrivato il terremoto in Emilia che ha colpito la zona dove noi lavoriamo, dove è nato  tutto il movimento della missione e dove anche le realtà industriali –  che sono stati i nostri principali benefattori hanno perso fabbriche, lavoro e addirittura hanno avuto dipendenti deceduti – sono in crisi.

Quindi, questo è stato un colpo tremendo. Con la crisi in particolare quella dell’Ilva,  anche la Conferenza Episcopale mi ha detto: «Guardi suor Laura, noi le avevamo promesso 1 milione e 200 mila euro. Dovevamo darle l’ultima tranche di 800mila + un altro milione ma non riusciamo a darglieli perchè dobbiamo rispondere alle esigenze immediate del territorio, adesso”. Sono diminuite anche le donazioni.

Ma nel frattempo io ho iniziato a costruire con un’impresa del luogo con la quale ho firmato un contratto legale, quindi, i lavori sono iniziati. Il capitale investito finora andrebbe totalmente perso e non so come riusciremo a far fronte a questa emergenza.

Noi non ci sogniamo di ricevere l’equivalente che la CEI doveva darci quindi 1 milione e 800mila su due piedi ma almeno quel tanto che ci permetta di fare piccoli passi e non chiudere l’impresa e rimandarla via. Invece di 2 o 3 anni, magari  ce ne metteremo 6 ma dobbiamo continuare. Stiamo cercando di estendere questa rete capillare di piccoli aiuti.

Tante gocce fanno gli oceani.

 

 

Per contatti: Beatrice Neri

amministrazione@amicidiadwa.org

cell.: 0039 340 81 25 672

Per l’adozione a distanza: IBAN IT12 E 06115 23400 000001355063

Per il progetto  “Un ospedale per Adwa”: IBAN IT35 D 06115 23400 000001355062

Per un’offerta libera IBAN IT69 C 06115 23400 000001355930

Cassa di Risparmio di Cento, intestati all’Associazione Amici di Adwa

 

Per approfondimenti

Niccolo D’Aquino «La tenda blu, in Etiopia con le armi della solidarietà» Edizioni Paoline, 2011

(intervista raccolta da Paola Cairo)

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