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To BREXIT or not to BREXIT: this is the question (e comunque finisce, finisce male)

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Niente paura, non è un dubbio amletico ma solo un divertissement linguistico, un bluff da giocatori di poker. La presidente lituana Dalia Grybauskaite lo ha detto: è tutta “una sceneggiata”.

Uscire da dove? Da un’ Unione europea in cui non si è mai veramente entrati? Ovvero si è entrati come si entra in un supermercato, si riempie il carrello e si esce senza passare dalla cassa. Questo e nient’altro è stata l’appartenenza per oltre 40 anni del Regno Unito all’Unione europea. E tutto ciò grazie al Rabate (sconto, ndr) tenacemente strappato da una Lady di ferro (Margaret Thatcher, ndr) a uomini inetti e pusillanimi. E’ vero, la Gran Bretagna gode di uno status speciale, a lei sola sono concessi privilegi che altri possono solo sognare, ma che ora anch’essi reclamano con sempre più forza e con la stessa arma del ricatto: un referendum per uscire da quella Comunità in cui nel 1974 chiesero di entrare per averne gli onori ma non gli oneri.

Danimarca e Svezia hanno ottenuto franchigie analoghe e soprattutto la facoltà di non entrare nella zona euro, dalla quale vorrebbe uscire la Finlandia da quando si è accorta che la sua economia da quattro anni a questa parte cresce della metà rispetto a quella svedese che è rimasta fuori dall’euro. Questa è l’Unione europea a sessant’anni dalla sua fondazione. Ha raggiunto l’età pensionabile e si è fermata al capolinea.

Tutto era cominciato settant’anni fa, nel 1946, paradossalmente proprio con un inglese. Winston Churchill, il premier che aveva sconfitto la Germania hitleriana nella seconda guerra mondiale, era stato invitato a Zurigo dai banchieri svizzeri che volevano farsi perdonare la loro collaborazione con i nazisti. E Churchill ormai stanco e attempato pronunciò il famoso “discorso alla gioventù accademica” che concludeva con l’appello a unire i popoli europei. Il discorso destò scalpore e malumore. In Germania perché era stato copiato dal programma dell’ex sindaco di Colonia, Konrad Adenauer. In Inghilterra perché il governo temeva di dover condividere il suo impero con gli europei. Così, sin dalle prime battute, si era profilato il controverso e complesso rapporto del Regno Unito con la nascente Comunità europea.

Solo uno in Europa capì chiaramente che cosa si stava preparando e lottò con tutte le sue forze per impedirlo. Il generale De Gaulle, che a Londra aveva passato gran parte della guerra, gli inglesi li conosceva bene e nella Comunità europea non li voleva. Come e meglio di Nostradamus aveva previsto tutto con largo anticipo. Bisognerebbe rileggere in tutte le scuole il suo discorso del 14 gennaio 1963. De Gaulle sapeva che gli interessi del Regno Unito erano diversi e inconciliabili con gli interessi dell’Europa continentale e aveva capito che l’Inghilterra sarebbe stata il cavallo di Troia degli americani. Sicché gli inglesi dovettero aspettare che passasse a miglior vita per aderire alla Comunità europea. E una volta dentro non tardarono a dargli ragione. In tutte le sedi decisionali importanti il Regno Unito si è sempre schierato con gli Stati Uniti, si pensi alla guerra in Iraq, scaricando sull’Europa le sue crisi – si pensi alla cosiddetta epidemia della mucca pazza – rifiutandosi però di condividere oneri quali l’accoglienza dei profughi siriani.

Ma allora perché uscire da un club che assicura tanti vantaggi a costo zero? Chi provvederà poi a conti e visconti duchesse e principesse per non parlare della stessa casa reale? Chi avrebbe immaginato, ad esempio, che la politica agricola comune dell’Unione Europea, fortemente osteggiata dal governo britannico, eroga sovvenzioni ai suoi due più illustri cittadini: la regina Elisabetta e il principe Charles?

E’ certo che il Regno Unito non lascerà mai la greppia UE, solo negozierà, come un mostro insaziabile, ancora più lucrosi e consistenti vantaggi e li otterrà perché nessuno in Europa sa dire di no al Club Bilderberg che nei giorni scorsi si è riunito a Dresda proprio per scongiurare un’eventuale Brexit. Ma dobbiamo chiederci: fino a quando sarà sostenibile una siffatta smaccata disparità nella condivisione degli oneri? L’economia europea è sull’orlo del baratro. L’euro si è rivelato lo strumento per imporre all’Europa la dittatura economica tedesca. Così come è stato concepito ed attuato non sembra avere un’altra funzione. Ma il Regno Unito, da parte sua, non ha fatto nulla perché così non fosse, anzi si è alleato apertamente contro le forze che sin dall’inizio hanno fatto di tutto per contrastarlo.

Un’occhiata agli sponsor dei due campi è sufficiente per capire qual è la posta in gioco e quanto l’UE ha tradito i suoi padri fondatori e i loro ideali. Sono contro il Brexit,  oltre alle istituzioni europee – noblesse oblige – il fior fiore dell’alta finanza internazionale, quella che i greci hanno imparato a conoscere negli ultimi cinque anni, le rapaci multinazionali che hanno nella City il proprio santuario dell’evasione e del riciclaggio e, naturalmente, gli Stati Uniti d’America che senza il Regno Unito perderebbero moltissima influenza sull’Unione europea e molte chance di imporle trattati capestro quali il TTIP.

Una spaventosa potenza di fuoco puntata contro un’armata variopinta composta oltre che di miliardari con interessi più atlantici che continentali e dei loro tabloid, di nostalgici dell’Impero e di indignati dalle tasse, dal carovita, dall’invasione dei migranti, dalla burocrazia UE lontana e opaca e, soprattutto, dalle ultime alleanze internazionali di Bruxelles: una per tutte la Turchia di Erdogan. Basta dare una scorsa alla stampa britannica di questi ultimi giorni per capire che quarant’anni di appartenenza all’UE, di generose sovvenzioni e Rabate a tutto andare non hanno scalfito affatto la secolare diffidenza del Regno Unito verso tutto quanto promana al continente.

E’ chiaro pertanto che qualunque sarà il risultato del referendum sarà una sconfitta per l’UE.

 Jean Ruggi d’Aksaray

 

 

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