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Luisa Bevilacqua: artista, attrice, cantastorie


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Artista, attrice, cantastorie… Sei decisamente polivalente. Come ti definiresti? Parlaci un po’ di quello che fai.

Difficile mettere un’etichetta: sicuramente artista ma ultimamente sempre più cantastorie. Cantastorie vuol dire anche e necessariamente interpretazione dei personaggi, creatività, l’aspetto dell’oralità, il potere della parola ma anche un potenziale di autonomia riguardo al dove e come poterlo fare, al tipo di pubblico.

Hai studiato arte musica e spettacolo all’università. Quando hai deciso che volevi intraprende questo percorso? Come hai capito che avresti fatto dell’arte la tua professione?

La scelta di una strada artistica è stata molto intuitiva. Avevo una grande voglia di comunicare e condividere contenuti con le persone. Ho studiato all’università per una vocazione accademica, mi piaceva molto la ricerca. Studiando ho scoperto molto di più e ho iniziato ad approfondire forme d’arte meno convenzionali con l’utilizzo di interpretazione, maschere, comunicazione.

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Il 24 e il 25 aprile ci sono due importanti appuntamenti a Lussemburgo. Ce ne vuoi parlare?

Il 24 aprile ci sarà un atelier sull’educazione all’immagine al Centre National de l’Audiovisuel (CNA di Dudelange). Si tratta di atelier che tengo da anni, dove, insieme ai bambini, ci basiamo sui diversi documenti presenti nella mediateca (libri, cortometraggi, audiofile) ed elaboriamo una storia: i bambini si confrontano rispetto ad elementi come la fotografia, l’angolazione, le diverse tecniche. L’obiettivo è quello di sensibilizzare all’immagine.

Il 25 aprile al Mudam mi esibirò invece come cantastorie: si tratterà di una creazione di storie originali basate su alcune opere dell’esposizione del Mudam e sarà adatto a bambini dai 6 anni in poi.

Una curiosità: quando racconti le tue storie in lingue diverse, le interpreti in modo diverso? Percepisci la differenza?

Le lingue sono sempre molto interessanti e lo sono soprattutto nell’arte del cantastorie. Quando racconto il testo è mobile. Di davvero fisso c’è solo l’inizio, le tappe e la fine. Per il resto è come se fossi testimone di un film che è nella mia testa: lo racconto non lo ripeto a memoria. Le parole che uso sono spesso diverse. E ciò ha un impatto nelle diverse lingue. Ci sono emozioni diverse, alcune lingue sono più immediate, altre danno più spazio al corpo e ai gesti. Racconto anche in inglese anche se magari il mio inglese non è così perfetto. Ma per raccontare storie non serve la lingua perfetta, conta quello che hai nella testa e come lo comunichi. Non è peggio o meglio, è diverso.

 Come prepari i tuoi atelier? Dove trovi l’ispirazione?

Dipende dai progetti. Nel progetto con il Mudam mi hanno chiesto di scegliere alcune opere della loro collezione e da queste sono partita a creare le storie. Per altri progetti ho un repertorio tradizionale di fiabe, leggende, epopee, miti ma anche canti.

Un altro esempio è un podcast in francese di cui ho fatto parte con un collettivo di cantastorie. Qui l’ispirazione era l’idea del luogo sotterraneo ed io ho scelto e riadattato un testo tradizionale. C’è sempre lavoro di riadattazione: ci metti le tue immagini ed il tuo vissuto.

Per altri spettacoli non mi baso sulle storie in quanto fiabe ma sulla memoria orale di famiglia. In Polentone, per esempio,che si terrà il 21 maggio, preparerò la polenta mentre racconterò la storia dell’immigrazione della mia famiglia e della nostra vita a Lussemburgo, dell’integrazione e la discriminazione.

Cosa ti piace di più del tuo lavoro? Cosa ti rende più fiera di quello che fai?

Mi piace veramente il momento di condivisione. Ci sono cervelli attivi che devono carpire e creare la storia e questo mi motiva.

Non faccio quello che faccio per il piacere di essere in scena: non vado scena tanto io, quanto l’atto in sé. Ciò che conta, per me, è il messaggio che trasmetto: la condivisione di qualcosa con il pubblico. E nell’attività di cantastorie il contatto è estremamente immediato e mi dà la possibilità di essere me stessa. Non c’è neanche un personaggio, ci sono io, Luisa.

Qual è l’importanza delle fiabe nella crescita di un bambino? E per un adulto?

Per i bambini ovviamente dipende molto dall’età ma anche per gli adulti l’impatto della fiaba può variare. Bisogna considerare che spesso, per creare progetti editoriali per bambini, le fiabe sono state cambiate e ridotte molto. Esse trattano in realtà di tematiche umane complesse, come l’odio, l’amore, la morte.

Sono tematiche trattate in modo simbolico e che quindi permettono un accesso indiretto e più facile. I temi esistenziali di una volta sono ancora estremamente attuali: storie di 4 mila anni fa si raccontano ancora! Interessante è anche come il pubblico sia toccato in modo diverso, a seconda della storia ma, soprattutto, a seconda del tipo persona, di come sta vivendo e di che momento della sua vita sta attraversando.

Quali sono i tuoi piani per il futuro? Sogni nel cassetto?

Portare l’arte del cantastorie a un pubblico adulto, insieme a Betsy Dentzer, l’altra cantastorie professionista attiva in  Lussemburgo. Vorrei, attraverso la mia arte, portare ognuno a capire il proprio potenziale creativo e di libertà e far comprendere la potenzialità della parola orale: ci fa sentire connessi, parte di un insieme.

 Sara Marpino

 

I prossimi appuntamenti:

24/04 Centre National de l’Audiovisuel: Atelier CAPTAIN MOUSE / Drôle de créatures 6

25/04 Mudam Auditorium: Storytelling

21/05 Minnet Park: Performance POLENTONE (Per adulti)

Per maggiori ogni ulteriore dettaglio: http://luisabevilacqua.com

 

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